"Era finita in un brutto giiro": la pista dell’overdose sulla morte di Emanuela Ruggeri
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Redazione Interno
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Emanuela Ruggeri, 32 anni, aveva detto ai genitori che sarebbe andata a casa di un amico. Era il 14 luglio, alle 20.30, quando era uscita dall’appartamento di famiglia a Colli Aniene. Non avrebbe più fatto ritorno. Quella che poteva sembrare una semplice serata tra conoscenti si è trasformata in una tragedia, i cui contorni restano ancora da chiarire. «Emanuela lunedì sera è venuta da me, ci frequentavamo da un po’», ha raccontato una persona che l’aveva vista poco prima della scomparsa. «Siamo stati insieme, poi è andata via. Non so cosa abbia fatto né chi abbia visto nei giorni seguenti».
I genitori, Alessandra e Franco, sono convinti che qualcuno abbia avuto un ruolo nella morte della figlia. «Prima di portarla al Mandrione, dove non può essere andata a piedi perché è troppo lontano, mia figlia è stata condotta al Quarticciolo e anche al Pigneto», ha detto la madre, riferendosi a zone di Roma note per lo spaccio. «È stata vista a piazza Roberto Malatesta, vicino alla metro C. Io voglio sapere chi ce l’ha portata». Le indagini, ancora in corso, dovranno ricostruire gli ultimi movimenti della ragazza, il cui corpo è stato rinvenuto domenica pomeriggio in via del Mandrione, un’area periferica e isolata.
A trovarla è stato un uomo del posto, abituato a passare di lì ogni giorno. «Era da venerdì che sentivo un forte cattivo odore», ha spiegato. «Inizialmente ho pensato alle deiezioni di qualcuno che si accampa in zona, ma il tanfo non diminuiva». Il corpo era nascosto sotto un materasso, come se qualcuno avesse voluto occultarlo in fretta. Un dettaglio che fa pensare a una dinamica più complessa di una semplice overdose, ipotesi comunque non scartata dalle autorità.
Un ultimo messaggio, inviato dalla figlia alla madre, aveva insospettito i genitori. «Mamy, scusa ho il cell scarico sono andata al mare scusq», recitava il testo, con un errore ortografico in chiusura. «Emanuela non mi aveva mai mandato un sms», ha sottolineato Alessandra. «Per comunicare usavamo WhatsApp». Quel messaggio, forse scritto da altri, potrebbe essere un tassello chiave per capire cosa sia realmente accaduto.




