Stati Uniti, attacco al corteo della Liberazione: i sopralluoghi dell’uomo dello scooter e la pista dell’ultradestra

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Roma. Il movimento era rapido, svelto nei modi, come se quel gesto – che doveva apparire come una scheggia impazzita nel pomeriggio di una festa – fosse stato in realtà lungamente provato, misurato, quasi coreografato. L’uomo che sabato, al termine delle celebrazioni del 25 aprile al parco Schuster, ha esploso tre colpi di pistola ad aria compressa contro due esponenti dell’Anpi, non ha agito d’istinto. Gli investigatori, in queste ore, stanno passando ai raggi X i movimenti dell’aggressore, partendo da un’ipotesi investigativa precisa: quella che possiamo definire della pianificazione tattica. Non si sarebbe limitato, il giovane dal casco integrale e la giacca mimetica verde, a fare la ronda attorno all’area del parco dove i movimenti partigiani avevano organizzato il dopo corteo; secondo le prime e ancora frammentarie ricostruzioni, potrebbe aver anticipato l’azione di un giorno intero, effettuando un vero e proprio sopralluogo già nella giornata di venerdì in via Ostiense, nelle immediate vicinanze della basilica di San Paolo.

In questo caso specifico, la scelta del luogo di battuta – quella zona che collega la memoria della Resistenza ai flussi del traffico cittadino – non è stata affatto casuale. L’aggressore, stando a quanto trapela dai fascicoli aperti dalla Digos e dalla Procura (che valuterà l’ipotesi della matrice terroristica), avrebbe voluto calcolare con precisione i tempi del blitz e, soprattutto, studiare il percorso di fuga ideale su due ruote. Perché è lì, in quei dettagli logistici, che spesso si nasconde il discrimine tra un attentato destinato a finire subito in un’retata e un colpo rimasto quasi perfetto. L’uomo, che mirava evidentemente al maggior clamore possibile – lo dimostra l’uso di un’arma a pallini, dolorosa ma non letale, come se ci fosse la volontà di lasciare un segno fisico senza cancellare la vittima – sa di essere cercato dappertutto. A Roma come fuori. E questa pressione, questa consapevolezza di avere le ore contate, potrebbe paradossalmente tradursi in un vantaggio per chi lo sta braccando: la foga di non farsi prendere spesso produce crepe, errori, contatti malcelati con la galassia che lo ha ispirato.

Traiettorie e fazzoletti rossi: la dinamica dell’agguato

Era un pomeriggio carico di simboli contraddittori. La manifestazione stava per chiudersi, i riflettori erano ancora puntati sul palco allestito al parco Schuster, quando la scena si è spostata improvvisamente in via delle Sette Chiese. Le due vittime – un uomo e una donna, entrambi iscritti all’Anpi e con al collo il tradizionale fazzoletto rosso, erano intenti a cercare un bar dopo il corteo. Nessun litigio, nessuno scambio di parole: all’improvviso, i colpi. Il rumore sordo dello pneumatico che rilascia il proiettile. La coppia è stata raggiunta, lui al collo (e alla mano, con ogni probabilità alzata per proteggersi il volto), lei alla spalla. Ferite lievi, escoriazioni medicate sul posto, ma l’urto psicologico è stato devastante.

Il contesto avvelenato e la ricerca del movente

L’aggressione fisica avviene in un clima politico già di per sé surriscaldato, attraversato da polemiche aspre. Se da un lato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha dovuto assicurare «ogni sforzo per individuare il colpevole», dall’altro le celebrazioni della Liberazione sono state segnate da episodi simbolici conflittuali, dalle offese antisemite alla Brigata ebraica a Milano fino alle tensioni sui discorsi ufficiali a Rimini. In questo senso, la scelta di colpire proprio due pensionati con il fazzoletto partigiano – due bersagli “facili”, inermi e altamente simbolici – è un elemento chiave per leggere l’intenzionalità del gesto.

I pubblici ministeri, che hanno già avviato le indagini con l’ipotesi più grave di matrice terroristica, stanno cercando di stabilire se l’uomo dello scooter abbia agito in completa autonomia o se sia invece il braccio armato di una cellula più strutturata. La presenza di petardi, braccia tese e svastiche nei cortei delle frange più estreme nei mesi precedenti ha tracciato un solco di violenza crescente; un solco che sabato ha trovato forse la sua manifestazione più inquietante non nella retorica, ma nella carne viva di due cittadini. L’analisi delle celle telefoniche e dei movimenti del mezzo nella zona di Porta San Paolo e della Garbatella – aree blindate e sorvegliate da videocamere – rappresenta adesso l’unica via maestra per dare un nome e un volto a quel casco integrale che, per pochi secondi, ha tenuto in scacco la Capitale.

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