La Gran Bretagna cerca stabilità: Burnham riapre la porta all’Ue e sfida l’assalto dell’ultradestra

La Gran Bretagna cerca stabilità: Burnham riapre la porta all’Ue e sfida l’assalto dell’ultradestra
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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Domani, quando Andy Burnham varcherà la soglia di Buckingham Palace per ricevere da re Carlo l'incarico di formare il nuovo governo, si troverà a ereditare un Paese spaccato e un partito, il Labour, che arranca nei sondaggi, superato nelle intenzioni di voto dalla formazione populista di Nigel Farage.

L'ex sindaco di Manchester, soprannominato il "re del Nord" per la sua tenace difesa degli interessi delle regioni settentrionali, diventa così il settimo primo ministro britannico in appena un decennio, chiamato a raccogliere le macerie di un'esperienza di governo, quella di Sir Keir Starmer, segnata da un crollo di popolarità e pesanti sconfitte elettorali.

La sua ascesa, culminata con l'elezione a leader laburista durante una conferenza straordinaria del partito, è stata fulminea: il sostegno di 379 deputati su 403 gli ha spianato la strada, rendendo di fatto ininfluente qualsiasi altra candidatura.

Il fattore Dyer e il "populismo buono"

Il passaggio di consegne, che si consumerà in poche ore, segna l'inizio di una fase politica che lo scrittore inglese Geoff Dyer non esita a definire come l'avvento di un "populista buono". In un'intervista rilasciata alla stampa italiana, l'autore di "Compiti a casa" ha sottolineato come il Regno Unito abbia un disperato bisogno di più socialismo, mettendo però in guardia il nuovo premier dal trasformare il Paese in "una nuova Cuba, con i ricchi che scappano".

Un monito che arriva mentre Burnham si prepara a mettere in atto quel "cambiamento più significativo della politica degli ultimi 40 anni", basato su un deciso riequilibrio dei poteri da Londra verso le regioni, per riconquistare quelle aree operaie e bianche del Nord e delle Midlands che hanno voltato le spalle al Labour, ammaliate dal messaggio di Farage e dalla promessa della Brexit.

Le sfide: pensioni, difesa e un’apertura all’Europa

L'agenda dei primi cento giorni si preannuncia come un vero e proprio ottovolante. Sul tavolo di Burnham, considerato un esponente della soft left, la sinistra moderata del partito, ci sono decisioni impopolari e scelte epocali che segneranno l'intera legislatura. Il nodo più scottante rimane quello delle pensioni di Stato, il cui costo ha superato i 146 miliardi di sterline, una cifra più del doppio del budget destinato alla difesa.

Per arginare la spesa, il governo è pronto ad aumentare l'età pensionabile dagli attuali 66 ai 68 anni già a partire dal 2037, anticipando di sette anni il termine previsto, per poi salire ulteriormente a 69 anni verso il 2070. Una misura che, se da un lato mira a garantire la sostenibilità del sistema, dall'altro rischia di alimentare il malcontento sociale, anche se Burnham ha ribadito la volontà di mantenere il "triple lock", che garantisce un aumento annuale delle pensioni almeno pari all'inflazione.

In controtendenza rispetto alle politiche dei suoi predecessori, il nuovo leader laburista sembra intenzionato a riaprire un dialogo con l'Unione Europea, cercando quella stabilità nei rapporti post-Brexit che è mancata finora, e ad abbracciare una politica energetica che guarda al Mare del Nord, spingendo per nuove trivellazioni e nazionalizzazioni strategiche come quella di Thames Water, per riprendere il controllo su settori giudicati essenziali.

La linea dura sul Mare del Nord e le nazionalizzazioni

Proprio sul fronte energetico, la svolta annunciata da Burnham rappresenta un autentico dietrofront rispetto alla linea verde del suo partito, aprendo a nuove concessioni per l'estrazione di petrolio e gas nel Mare del Nord. Una mossa dettata dalla crisi geopolitica innescata dal conflitto in Iran e dall'impennata dei prezzi dei carburanti, che ha reso insostenibile il blocco delle licenze promesso nel manifesto elettorale del 2024.

L'obiettivo dichiarato è duplice: garantire l'indipendenza energetica del Regno Unito e finanziare il vasto piano di investimenti pubblici e nazionalizzazioni promesso in campagna elettorale, a cominciare dal salvataggio del colosso idrico Thames Water, indebitato per circa 20 miliardi di sterline.

Una scelta che lo scrittore Geoff Dyer ha commentato con favore, sottolineando come il Paese abbia bisogno di più controllo pubblico per ridurre le disuguaglianze, ma che al contempo espone Burnham alle critiche di chi lo accusa di populismo economico e di voler trasformare l'economia britannica in un sistema poco appetibile per gli investitori privati.

L’assalto di Farage e le sfide del "re del Nord"

La sfida più immediata per il neo-premier rimane però quella politica, rappresentata dall'ascesa inarrestabile di Reform UK, il partito di Nigel Farage che ha scavalcato i Tories e minaccia di erodere il consenso popolare del Labour nelle roccaforti operaie. Burnham ha promesso di contrastare questa avanzata non cercando di imitare i rivali, ma puntando su un'identità laburista forte, autentica e in grado di restituire speranza alle cosiddette "parti dimenticate" del Paese.

Un compito arduo, che lo costringerà a bilanciare le promesse di rinnovamento socialista con le esigenze di un'economia stagnante e di una finanza pubblica in difficoltà.

Burnham, che ha già annunciato un governo "inequivocabilmente laburista" pronto a mettere in campo il "più grande riequilibrio territoriale del potere da generazioni", sa bene che la sua credibilità è in gioco: il suo obiettivo è dimostrare che il modello di successo sperimentato a Manchester, basato sul trasferimento di competenze dal centro alla periferia e su un maggiore controllo pubblico dei servizi, possa funzionare su scala nazionale.

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