Burnham primo ministro, lo scrittore Dyer: “È un populista buono, ma attento a non fare come Cuba”
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Redazione Esteri
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Londra si prepara ad accogliere il suo nuovo inquilino a Downing Street. Mentre Andy Burnham, soprannominato il “re del Nord”, si appresta a insediarsi formalmente il 20 luglio dopo la proclamazione a leader del Partito Laburista, il dibattito sulla sua figura e sul suo possibile operato infiamma già i salotti e le pagine dei giornali britannici. A spezzare una lancia a favore del futuro premier, ma con un avvertimento preciso, è lo scrittore inglese Geoff Dyer, che lo definisce un “populista buono” in un'intervista rilasciata alla stampa italiana.
Il giudizio di Dyer e la sfida del socialismo
La definizione coniata da Dyer per Burnham è destinata a fare discutere. “Andy Burnham? È un populista buono”, ha dichiarato il celebre scrittore, autore tra l'altro dell'ultimo “Compiti a casa” e prossimo a partecipare al festival “Il libro possibile” a Vieste. L'analisi dello scrittore si spinge oltre, toccando il cuore delle politiche che il nuovo leader laburista intende portare avanti. “Questo Paese ha bisogno di più socialismo”, ha affermato Dyer, riconoscendo l'urgenza di affrontare le diseguaglianze che affliggono il Regno Unito.
Tuttavia, la sua non è un'approvazione incondizionata. L'avvertimento è chiaro e netto: Burnham deve fare attenzione a “non trasformarlo in una nuova Cuba, con i ricchi che scappano”. Un monito che racchiude l'eterno dilemma della sinistra: come coniugare la giustizia sociale con la necessità di non innescare una fuga di capitali e talenti.
Il ritorno alle trivellazioni e la sfida green
E proprio sul fronte economico e industriale, Burnham ha già cominciato a mostrare le sue carte, compiendo una mossa che molti interpretano come un primo, netto scossone. Secondo numerose fonti, il nuovo premier è pronto a revocare il blocco delle nuove concessioni per le trivellazioni nel Mare del Nord, un vero e proprio dietrofront rispetto alle promesse ecologiste contenute nel manifesto elettorale del 2024 e sostenute con forza dal Segretario all'Energia Ed Miliband.
La decisione, che potrebbe essere annunciata a poche ore dall'insediamento, è giustificata dall'urgenza geopolitica: il conflitto in Iran e la conseguente impennata dei prezzi dei carburanti hanno reso insostenibile la linea precedente, mettendo a nudo la vulnerabilità energetica del Regno Unito.
Le nuove licenze estrattive per giacimenti come Jackdaw e Rosebank, finora congelati, non servirebbero solo a garantire l'approvvigionamento, ma anche a generare le risorse necessarie, tramite tasse e royalties, per finanziare il vasto programma di nazionalizzazioni e investimenti pubblici voluto da Burnham, a partire dal controllo pubblico delle reti idriche e dei trasporti.
Un premier cattolico dopo cinque secoli
L'insediamento di Burnham segna anche un evento epocale sotto il profilo storico-religioso. Sarà infatti il primo primo ministro cattolico della Gran Bretagna dopo oltre cinquecento anni: l'ultimo era stato la regina Maria I, a metà del Cinquecento, prima che la Riforma anglicana di Enrico VIII cambiasse per sempre i rapporti tra la Corona e la Chiesa di Roma.
La sua fede, ereditata dalla madre irlandese e coltivata fin da ragazzo come chierichetto, è un aspetto centrale della sua identità, anche se vissuta in modo “discreto” e non sempre in perfetta sintonia con le posizioni più conservatrici del Vaticano. Burnham si è detto favorevole al matrimonio tra persone dello stesso sesso e all'aborto, e ha espresso posizioni articolate sul suicidio assistito, attirandosi critiche da ambienti cattolici tradizionalisti.
Tuttavia, la sua visione politica appare profondamente radicata nella dottrina sociale della Chiesa, in particolare nei principi di solidarietà, sussidiarietà e attenzione per gli ultimi. Lo stesso Burnham ha dichiarato che “la dottrina sociale della Chiesa cattolica è il fondamento della mia visione politica”, un'eredità che fa risalire all'influenza dell'arcivescovo di Liverpool Derek Worlock durante gli anni difficili del thatcherismo.
Le politiche tra devoluzione e pragmatismo
Il programma di Burnham si presenta ambizioso e punta a un radicale riequilibrio del Paese. Promette il più vasto programma di costruzione di case popolari dal secondo dopoguerra e una riforma del welfare che punti a ridurre la spesa attraverso un miglior supporto all'occupazione.
Centrale nel suo progetto è la devoluzione del potere: vuole trasferire una parte significativa del centro decisionale da Westminster a Manchester, la città che ha guidato come sindaco per quasi un decennio, per rilanciare le regioni settentrionali e restituire protagonismo a comunità rimaste ai margini.
Un altro pilastro è la promessa di una maggiore “presa di controllo pubblico” dei settori dell'acqua e dell'energia, seppur senza necessariamente arrivare a una nazionalizzazione integrale, seguendo il modello già sperimentato con successo per i trasporti pubblici a Manchester. Nonostante la retorica rottamatoria contro “40 anni di neoliberismo”, il suo approccio appare pragmatico e, come notato da più osservatori, in alcuni casi si allinea a posizioni tipiche del conservatorismo in materia di sicurezza energetica e autonomia produttiva.
A giudicare dai fatti, l'era di Burnham si preannuncia come un periodo di profondo cambiamento, un “ottovolante” in cui il sogno di un socialismo dal volto umano dovrà fare i conti con i duri vincoli della finanza pubblica e della geopolitica globale.




