Burnham promette la "rivoluzione del Nord": devoluzione e case popolari per il Regno Unito

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Andy Burnham, il candidato laburista in pole position per succedere a Keir Starmer al numero 10 di Downing Street, ha scelto la sua Manchester per lanciare la sfida più ambiziosa: ridisegnare i confini del potere politico nel Regno Unito. Nel suo primo discorso programmatico da deputato, l'ex sindaco della Greater Manchester ha delineato una visione che punta a trasferire una massa critica di competenze dal governo centrale alle regioni, promettendo quella che ha definito come la "più grande riconfigurazione del potere" mai vista nel Paese.

Una ricetta, quella di un ritorno al controllo pubblico dei servizi e a un massiccio piano di case comunali, che a molti osservatori italiani non può non ricordare certe pagine del dibattito politico domestico.

Il programma del "re del Nord"

Il fulcro della proposta di Burnham, che ha riconquistato un seggio in parlamento a giugno 2026, è la devoluzione dei poteri da Westminster alle amministrazioni locali. Un piano che si articola in diversi punti chiave: un programma decennale per lo sviluppo industriale e infrastrutturale, la costruzione del più grande piano di edilizia popolare dal dopoguerra e la restituzione al controllo pubblico di servizi essenziali come acqua, energia e trasporti.

Per guidare questa rivoluzione amministrativa, Burnham ha proposto la creazione di un "No 10 North", un ufficio della presidenza del consiglio con sede a Manchester, concepito come il centro nevralgico di un Paese da "ricablare" e che dovrebbe supervisionare la ridistribuzione delle risorse e del potere sul territorio.

Da Cameron a Starmer: l'eredità di un decennio di crisi

La corsa di Burnham verso Downing Street si inserisce in un contesto politico segnato da un logoramento profondo e da un'instabilità cronica che affligge il Regno Unito ormai da un decennio. Dal referendum sulla Brexit in poi, i premier si sono succeduti a ritmo serrato: David Cameron, Theresa May, Boris Johnson, Liz Truss, Rishi Sunak e lo stesso Keir Starmer hanno rappresentato, ciascuno a proprio modo, una promessa di riscatto nazionale che è stata puntualmente delusa.

La Brexit, in particolare, viene identificata da molti analisti come il punto di inizio di questa turbolenza, che ha alterato il rapporto tra elettori ed élite politiche, rendendo il consenso elettorale più fragile e condizionato. Le difficoltà di Starmer, incapace di rilanciare la crescita economica e logorato da scelte controverse come la nomina dell'ambasciatore a Washington, hanno spianato la strada al ritorno in grande stile di Burnham, considerato l'unico in grado di ricucire lo strappo con il partito e l'elettorato.

La sfida di "Manchesterism" per l'economia britannica

L'esperienza maturata in quasi un decennio come sindaco di Greater Manchester rappresenta il biglietto da visita di Burnham e il laboratorio politico del suo "Manchesterism". Sotto la sua guida, la città ha registrato una crescita economica superiore ad altre aree urbane inglesi, inclusa Londra, attirando investimenti esteri e generando posti di lavoro. Burnham sostiene che questo successo sia la prova che la crescita "non può essere ordinata dall'alto verso il basso, ma può essere nutrita solo dal basso verso l'alto".

L'idea è quella di replicare questo modello su scala nazionale, concedendo maggiori poteri ai sindaci metropolitani in materia di pianificazione territoriale, trasporti e formazione professionale, per adattare le politiche alle specificità di ogni territorio.

Le prime crepe e i dubbi sull'effettiva attuabilità

Nonostante l'entusiasmo e il favore dei sondaggi, il percorso di Burnham verso Downing Street si presenta irto di ostacoli. Le sue dichiarazioni, ancora generiche sui dettagli del programma economico, hanno già suscitato scetticismo e critiche, in particolare da parte del leader di Reform UK, Nigel Farage, che lo ha accusato di non avere un mandato popolare per le sue proposte, non essendosi candidato alle elezioni del 2024.

A queste critiche si aggiungono i dubbi sulla reale attuabilità di un piano di devoluzione così radicale in un Paese fortemente indebitato, con un rapporto debito/PIL al 95%, dove lo spazio di manovra fiscale è estremamente limitato. Per placare i mercati, lo stesso Burnham è stato costretto a dichiarare che intende proseguire la politica di equilibrio fiscale dell'attuale cancelliere, evitando nuovo indebitamento per le spese correnti.

Il fronte delle periferie e delle nazioni interne al Regno Unito, come Scozia e Galles, rappresenta poi un'altra variabile complessa. Le richieste di maggiore autonomia e di chiarezza sui nuovi poteri da devolvere non si sono fatte attendere, così come le critiche di chi teme che le promesse di Burnham restino solo parole. Inoltre, la scelta di spostare parte delle funzioni del governo a Manchester, sebbene carica di valore simbolico, solleva interrogativi sulla capacità operativa di un esecutivo che si troverebbe a gestire un centro di potere duale.

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