Il ronzio che cambia la guerra: come il drone Shahed sta riscrivendo le regole del conflitto in medio oriente
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Redazione Esteri
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C’è un suono, inconfondibile per chi lo ha sentito, che negli ultimi anni è diventato la colonna sonora di molti fronti di guerra, dall’est Europa al cuore del Golfo Persico: è il ronzio di un motorino a due tempi, lo stesso che potrebbe spingere un ciclomotore, ma che in questo caso annuncia l’arrivo di uno Shahed. Questo velivolo senza pilota, il cui nome in persiano significa “testimone” o “martire”, rappresenta forse la più dirompente innovazione bellica degli ultimi decenni, non tanto per la sua tecnologia avanzata quanto per la sua paradossale semplicità. L’Iran, che ne è il principale produttore, ha di fatto esportato un modello di guerra asimmetrica basato sull’idea che la quantità, se sufficientemente economica, può prevalere sulla qualità più sofisticata. I recenti attacchi condotti da Teheran contro obiettivi in Israele e nelle nazioni del Golfo, inclusi Emirati Arabi Uniti, Qatar e Bahrain, hanno dimostrato come questa tattica stia mettendo in seria difficoltà gli scudi missilistici occidentali, costretti a confrontarsi con un nemico dal costo irrisorio.
Un’arma low-cost dal potenziale strategico devastante
L’efficacia dello Shahed-136, il modello più diffuso di questa famiglia di droni, risiede principalmente nella sua equazione economica. Costruito in materiali compositi come la fibra di vetro e, in alcune versioni più recenti, persino il polistirolo, questo oggetto volante dalla forma triangolare e dall’apertura alare di circa due metri e mezzo ha un prezzo che oscilla tra i 20mila e i 50mila dollari. È una cifra irrisoria, se paragonata ai due o tre milioni di dollari di un missile intercettore come il Patriot, senza contare i costi vertiginosi di un caccia F-35 o di un sistema THAAD, il cui singolo lancio può superare i 15 milioni di dollari. È proprio questo il punto: l’Iran, e con esso la Russia che ha acquisito la licenza di produzione ribattezzando il drone Geran-2, ha capito che la guerra moderna non si vince solo con la precisione chirurgica, ma anche con la capacità di saturare il cielo con esche volanti che costringono il nemico a scegliere se svuotare i propri arsenali o lasciarsi colpire. Il rumore del motorino, in questo contesto, non è un difetto di fabbricazione, ma il segnale di una sfida economica ben precisa.
Dall’Ucraina al Golfo: la lezione appresa e replicata
Quella che oggi sta mettendo in crisi le difese aeree di paesi come gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain è una strategia già vista e collaudata sui cieli ucraini. Dall’autunno del 2022, Mosca ha cominciato a importare massicciamente questi droni da Teheran, per poi avviare una propria linea di assemblaggio a Yelabuga, sul Volga, con un investimento di due miliardi di dollari. In Ucraina, gli Shahed (o Geran) sono diventati uno strumento quotidiano di logoramento, lanciati a volte a centinaia in una sola notte contro infrastrutture critiche e città. L’obiettivo non è solo quello di colpire un bersaglio, ma di costringere il sistema difesa aerea a sparare i suoi costosi intercettori, creando un dissanguamento finanziario insostenibile nel lungo periodo. Kiev ha imparato a sue spese questa lezione, sviluppando poi contromisure creative come l’uso di vecchi aerei a elica Yak-52 o di minigun montati su elicotteri per abbattere i droni a un costo inferiore, ma il danno strategico era ormai compiuto: il modello Shahed aveva dimostrato la sua validità. Ora, l’Iran sta replicando esattamente lo stesso copione contro gli Stati Uniti e i loro alleati nel Golfo, utilizzando gli stessi droni che ha fornito alla Russia per colpire obiettivi americani, creando un cortocircuito geopolitico di non poco conto.
Un sistema d’arma che viaggia con il Gps e si affida alla quantità
Dal punto di vista tecnico, lo Shahed non è certo un gioiello di ingegneria. La sua guida si basa su un sistema di navigazione satellitare preimpostato prima del lancio: gli viene fornita una coordinata e lui, come un moderno colombaccio meccanico, vola dritto verso di essa, senza capacità di modificare la rotta in tempo reale o di attaccare bersagli in movimento. Nella prua porta una carica esplosiva di circa 50 chilogrammi, e all’impatto con il suolo o con l’obiettivo si attiva una spoletta che lo fa detonare. La sua lentezza e la sua quota di volo relativamente bassa, che lo rendono teoricamente vulnerabile, sono compensate dalla capacità di essere lanciato in sciami. Le difese aeree vengono così sopraffatte non dalla complessità del singolo bersaglio, ma dalla moltitudine di minacce contemporanee, alcune delle quali potrebbero essere semplici esche prive di esplosivo, progettate solo per attivare i radar e consumare i missili veri. Questa filosofia della saturazione, applicata anche in ambito navale con droni d’attacco galleggianti, rappresenta una sfida inedita per eserciti abituati a confrontarsi con nemici convenzionali.
Il conflitto in corso ha visto l’Iran utilizzare questa leva in modo massiccio, con il lancio di centinaia di droni e missili balistici in un’unica ondata. I report provenienti dai paesi del Golfo parlano di intercettazioni riuscite per la maggior parte dei velivoli, ma anche di impatti su obiettivi civili e militari. Ogni Shahed abbattuto, tuttavia, rappresenta una vittoria di Pirro per chi lo intercetta: un missile da un milione di dollari che si dissolve in cielo per fermare un aggeggio di plastica da 40mila euro. È questo il vero trauma bellico inflitto da Teheran, un trauma che costringerà gli stati maggiori occidentali a ripensare radicalmente le proprie dottrine difensive per i decenni a venire.
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