Diesel a 3 euro a giugno, la stangata nascosta nello Stretto di Hormuz
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Redazione Economia
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Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, l’altro ieri ha gettato sul tavolo una cifra che, solo poche settimane fa, sarebbe suonata come un’esagerazione da bar: il diesel a tre euro al litro entro giugno. Eppure, spulciando i numeri del mercato e la geografia delle importazioni italiane, quella che sembrava una provocazione si sta trasformando in una traiettoria fin troppo concreta. Il governo, certo, ha varato l’ennesima proroga del taglio delle accise (500 milioni di euro per tenere la barra dritta fino al primo maggio), ma il gesto, più che risolvere il problema, ne ha certificato la natura strutturale. Perché il vero nodo non è una tassa, ma un pezzo di mare.
L’inganno del greggio e la dipendenza dal prodotto finito
Quando si parla di petrolio e crisi internazionali, l’occhio cade quasi sempre sul Brent, e sui barili che non arrivano. Ma per l’Italia – e in particolare per chi guida un diesel – il problema non è tanto il greggio quanto quello che ci fanno, altrove, con quel greggio. Negli ultimi dieci anni, l’Europa ha chiuso una raffineria dopo l’altra (in Italia abbiamo riconvertito impianti come Marghera e Gela verso la chimica verde), spostando di fatto la produzione di gasolio verso i grandi poli del Golfo Persico: Arabia Saudita, Kuwait, Emirati. Il risultato? Se solo il 6% del nostro petrolio greggio transita dallo Stretto di Hormuz, per il prodotto finito la musica cambia radicalmente: ben il 57% del gasolio che finisce nei nostri serbatoi deve passare per quella strettoia di 50 chilometri. E oggi, con i mercati assicurativi che si rifiutano di coprire le petroliere per paura dei missili e della guerra in Iran, quello stretto è di fatto una saracinesca semichiusa.
Numeri da guerra: i conti in tasca a chi fa il pieno
Per capire dove stiamo andando, basta guardare dove siamo arrivati. Oggi, al self service, il gasolio viaggia intorno a 2,09 euro al litro. Ma è una cifra drogata dall’intervento pubblico. Senza lo sconto sulle accise, i listini avrebbero già superato i 2,33 euro al litro; una stangata che sarebbe caduta proprio il 7 aprile, se Palazzo Chigi non avesse rimesso mano al portafogli all’ultimo minuto. La dinamica dei prezzi, insomma, ha già un’impennata selvaggia alle spalle. Rispetto a prima dell’escalation in Medio Oriente, il pieno da 50 litri costa già 12 euro in più. E se il conflitto si protrae – come tutto lascia temere – l’effetto valanga è matematico: gli analisti prevedono che senza ulteriori interventi statali, il prezzo industriale del carburante raddoppiato sui mercati internazionali si trasformerà in un prezzo al pubblico vicino ai 2,8 o 3 euro entro la prima decade di giugno.
L’effetto Hormuz: perché la Sicilia trema più del resto d’Italia
Se il caro-diesel colpisce tutti, c’è una regione che rischia di pagare il conto salato più di altre: la Sicilia. L’isola vive una condizione di fragilità logistica che il blocco di Hormuz rischia di trasformare in un’emergenza umanitaria silenziosa. L’88% dei beni alimentari arriva via gomma, e la gomma gira a gasolio. I dati forniti da Coldiretti sono impietosi: il gasolio agricolo in Sicilia ha già raggiunto 1,38 euro al litro a inizio aprile, con un aumento di oltre il 60% rispetto a fine febbraio. Ma non finisce qui. Il blocco dello Stretto colpisce anche il carburante navale, facendo impennare i costi del trasporto marittimo già di per sé necessario per raggiungere l’isola. Il risultato è una doppia morsa: il costo del cibo e delle merci è destinato a esplodere, e la proclamazione del fermo nazionale dei camionisti (previsto dal 20 al 25 aprile) rischia di tagliare un’arteria già dissanguata. Non a caso, gli esperti di Nomisma Energia hanno definito questa crisi potenzialmente peggiore di quelle del 1973 e del 1979, perché allora mancava il greggio, oggi manca il prodotto pronto all’uso. E mentre l’Europa invoca misure di austerity (smart working, limiti di velocità, razionamento dei voli), l’Italia tiene il fiato sospeso, sperando che la diplomazia faccia il suo corso prima che le scorte strategiche finiscano nel serbatoio delle auto.




