Crudeltà e premeditazione: il labirinto delle sentenze che divide giustizia e senso comune

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’ergastolo confermato per Alessandro Impagnatiello, l’assassino di Giulia Tramontano – incinta di sette mesi – e del loro bambino, riaccende il dibattito su come la legge interpreti concetti come crudeltà e premeditazione. La Corte d’Assise d’Appello di Milano ha mantenuto la condanna più severa, riconoscendo le aggravanti del rapporto di convivenza e della crudeltà, ma ha escluso quella della premeditazione. Una decisione che, seppur motivata da precise valutazioni giuridiche, stride con la percezione pubblica del caso.

Impagnatiello, che per mesi aveva somministrato farmaci alla compagna prima di ucciderla con 37 coltellate, secondo i giudici non avrebbe agito con un piano preordinato. «Quattro ore tra l’ultima somministrazione di ansiolitici e l’omicidio – si legge nella sentenza – non bastano a configurare la premeditazione». Un’interpretazione rigorosa del codice, che però sembra ignorare il lungo stillicidio di violenza psicologica e fisica precedente al delitto.

Diverso, ma ugualmente controverso, il caso di Filippo Turetta, condannato all’ergastolo per il femminicidio di Giulia Cecchettin. Lì, la premeditazione fu riconosciuta – per la meticolosa organizzazione del delitto – mentre la crudeltà venne esclusa, nonostante il raccapricciante modus operandi. Due sentenze, due pesi e due misure che lasciano interdetti chi osserva da fuori le aule di tribunale.

La legge, si sa, non è un’entità astratta ma si applica caso per caso, con tutte le sfumature che ogni vicenda umana porta con sé. Eppure, quando i verdetti appaiono così distanti dall’evidenza dei fatti, è inevitabile chiedersi se il formalismo giuridico non finisca per oscurare la sostanza. Che un uomo avveleni la compagna per mesi e poi la sgozzi non sia premeditazione, o che strangolare e nascondere un corpo in un burrone non sia crudeltà, sono distinzioni che pochi riescono a digerire.

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