Vincenzo Lanni, l’aggressore di piazza Gae Aulenti: «Colpito un simbolo del potere economico»
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Redazione Interno
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La lama è piantata nella schiena, un gesto rapido e silenzioso che interrompe una normale mattina di lavoro. Pochi istanti dopo, in un dialogo straziante fatto di poche parole, la vittima riesce a comunicare al marito, giunto sul posto dopo una chiamata allarmata, l’essenza della furia che l’ha colpita: “Un pazzo, un pazzo”. È questo il racconto che emerge, un frammento di un dramma consumatosi ai piedi della Torre Unicredit, in quella piazza Gae Aulenti che, con il suo skyline avveniristico, è divenuta l’icona di una Milano finanziaria e globalizzata. Un’aggressione che, fin dai primi momenti, ha portato con sé il segno cupo di un movente che andava al di là della casualità, trasformando un luogo di passaggio in un palcoscenico per una rabbia annosa e incompresa.
La confessione in procura
A dare un volto e, soprattutto, una motivazione a quell’atto di violenza è stato lo stesso autore materiale, il bergamasco Vincenzo Lanni, cinquantanovenne fermato dalle forze dell’ordine. Davanti alla pm Maria Cristina Ria, nel corso di un interrogatorio notturno, l’uomo ha delineato i contorni di un rancore che si è trasformato in delirio. Le sue parole, sebbene sconnesse dalla realtà, rivelano una lucidità perversa nella scelta del bersaglio. Lanni, infatti, ha dichiarato esplicitamente di non conoscere affatto la donna da lui ferita, una manager di quarantatré anni che ricopre un ruolo dirigenziale in Finlombarda, scegliendola in maniera completamente casuale mentre essa si recava al lavoro. Ciò che non era casuale, come ha sottolineato con macabra precisione, era il luogo dell’agguato: piazza Gae Aulenti, da lui identificata come il “simbolo del potere economico”.
Un rancore che covava da anni
Scavando nelle sue dichiarazioni, emerge un percorso di frustrazione personale che Lanni ha riversato contro un obiettivo generico e inanimato, da lui però reso tangibile attraverso un’architettura e, purtroppo, una persona in carne e ossa. La sua confessione, che gli inquirenti stanno ora vagliando in ogni sua parte, fa riferimento a un risentimento profondo verso “gli operatori della comunità” che lo avevano allontanato e, ancor prima, verso chi, circa un decennio fa, lo aveva licenziato. Sono queste, a suo dire, le radici di un malessere che lo ha spinto a pianificare un’azione violenta in un luogo simbolico, un raid studiato per dare uno sfogo materiale a un’astratta ma bruciante sensazione di ingiustizia subìta.
Le condizioni della vittima e l’inchiesta
La donna aggredita, nonostante la gravità del gesto e l’arma ancora conficcata nel corpo al momento dei primi soccorsi, è riuscita a mantenere piena coscienza, come testimoniato dal marito. Trasportata d’urgenza all’ospedale Niguarda, è stata immediatamente sottoposta a un intervento chirurgico per stabilizzare le sue condizioni. Sul fronte giudiziario, l’inchiesta procede ora sulla base degli elementi emersi dalla confessione, che dovrà essere verificata e corroborata da riscontri oggettivi. Gli investigatori sono al lavoro per ricostruire ogni minuto che ha preceduto l’aggressione, al fine di comprendere appieno la genesi e la preparazione di un gesto che ha gettato un’ombra sinistra su uno dei cuori pulsanti della città.




