Il nuovo corso arbitrale di Orsato e il caso Lobotka: tra spettacolo e polemiche
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Redazione Sport
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La designazione di Daniele Orsato a nuovo responsabile degli arbitri italiani ha segnato, come era lecito attendersi, un cambio di passo netto rispetto al passato, ma le prime giornate di campionato stanno già sollevando più di un interrogativo tra addetti ai lavori e tifosi.
Il suo approccio, che punta a fluidificare il gioco riducendo al minimo le interruzioni e l'intervento del Var, ha regalato partite dal ritmo decisamente più alto, come dimostra il big match di San Siro tra Inter e Napoli, ma la gestione di alcuni episodi controversi, in particolare il fallo di mano di Lobotka su Barella, ha riaperto il dibattito sui limiti di questo nuovo indirizzo.
Non è che, dopo anni di proteste per un utilizzo talvolta parossistico della tecnologia, si stia ora commettendo l'errore opposto, finendo per sacrificare la giustizia sportiva sull'altare di uno spettacolo tanto godibile quanto potenzialmente ingannevole?
Dal Var ossessivo al "lasciar correre": il capovolgimento di rotta firmato Orsato
Fino allo scorso giugno, il coro dei lamentatori era pressoché unanime: il Var, con le sue lunghe pause e la sua mania di analizzare ogni minimo contatto, stava uccidendo l'emozione del calcio, trasformando le partite in frammenti di gioco interrotti da continui controlli al monitor. Le polemiche si accendevano per un braccio fuori posto, per un passo di troppo, per un fuorigioco millimetrico che cancellava la gioia di un gol dopo minuti di attesa.
Eppure, a distanza di poche settimane dalla presa di servizio di Orsato, l'aria è radicalmente cambiata, quasi fossero cambiate le coordinate del mondo arbitrale: ora il designatore ha impartito una direttiva chiara e netta ai suoi uomini, ovvero quella di fischiare solo quando strettamente necessario, di lasciar correre per favorire la continuità dell'azione e di guardare il monitor del Var con occhi molto più scettici, riservando l'intervento esclusivamente a errori talmente macroscopici da non poter essere ignorati.
Questa filosofia, che negli intenti dovrebbe avvicinare il campionato italiano agli standard di gioco più spettacolari delle competizioni europee, è stata messa in pratica con decisione già in queste prime uscite, e la gara tra Inter e Napoli ne è stata l'esempio più lampante e discusso. L'inerzia del gioco è stata costante, le pause ridotte all'osso e i calciatori, consapevoli di un metro più elastico, hanno cercato di restare in piedi il più possibile, sapendo che ormai chi si lascia cadere rischia di essere penalizzato.
Il risultato, sotto il profilo dell'intrattenimento, è stato positivo: un ritmo alto, intenso, degno di una sfida che si gioca in Champions League, senza quelle interruzioni che tanto avevano esasperato il pubblico nelle stagioni precedenti, ma è proprio su questo punto che si innesta la riflessione più critica.
Il caso Lobotka-Barella: un fallo di mano "evidente" che il Var non ha valutato
L'episodio che ha catalizzato le attenzioni e le polemiche, inevitabilmente, è stato il contatto tra Stanislav Lobotka e Nicolò Barella nel corso della ripresa, quando il centrocampista slovacco del Napoli, nel tentativo di contrastare l'avversario, ha impattato il pallone con il braccio in maniera piuttosto chiara.
Per molti osservatori, e per Fabrizio Biasin che ha commentato a caldo l'accaduto, si è trattato di un fallo di mano talmente palese da non lasciare spazio a interpretazioni, un'azione che fino a un anno fa sarebbe stata rivista al Var e molto probabilmente punita con un calcio di punizione o addirittura con un rigore, a seconda della posizione in campo.
Invece, nel nuovo corso voluto da Orsato, l'episodio è stato archiviato in tempi rapidissimi, senza che l'assistente in cabina di regia sentisse il bisogno di richiamare l'arbitro Sozza al monitor, quasi che la chiarezza dell'errore non fosse sufficiente a giustificare una revisione.
E qui il nodo si fa spinoso: se da un lato si plaudiva alla volontà di ridurre l'invadenza della tecnologia, ora ci si interroga sul significato stesso di "errore chiaro ed evidente", la soglia che il protocollo Var imporrebbe per attivare un controllo. Sembra che la linea sia stata talmente inasprita da rendere quasi impossibile qualsiasi intervento, anche nei casi in cui la prova video appare inequivocabile, e questa rigidità rischia di minare la fiducia nel sistema, trasformando quello che doveva essere un correttivo in una sorta di gabbia che imprigiona la Var stessa.
Il dubbio, insomma, è che si sia passati da un estremo all'altro, dall'iper-utilizzo alla sostanziale inoperanza, e che a farne le spese sia la correttezza tecnica della competizione, con il rischio che alcune decisioni palesemente errate possano influenzare il risultato finale senza che nessuno abbia il potere, o la volontà, di intervenire.
Sozza e le "telefonate" che non contano: l'arbitro sgradito agli interisti dirige la sfida
A rendere ancora più interessante il quadro tattico e psicologico della sfida di San Siro, è stata la scelta di Orsato di affidare la direzione a un arbitro come Simone Sozza, il cui nome, secondo indiscrezioni, era circolato nelle liste dei gradimenti e dei malgradimenti della tifoseria interista, con una certa diffidenza manifestata in passato.
L'aver puntato su di lui per un match di tale caratura, nonostante le presunte riserve, è un segnale forte di indipendenza e di volontà di non piegarsi a pressioni esterne, ma è anche un banco di prova per capire se il nuovo corso potrà reggere all'urto delle polemiche che inevitabilmente nasceranno quando le decisioni finiranno per penalizzare una delle big.
Orsato, che della scena arbitrale è stato protagonista per anni, ha dimostrato di avere le spalle larghe e un'idea ben chiara di dove vuole portare la classe arbitrale italiana, ma il tempo dirà se questa sua visione riuscirà a conciliare le esigenze dello spettacolo con quelle della giustizia sportiva.
La domanda che molti si pongono, e che rimarrà sospesa per tutta la stagione, è se questo nuovo indirizzo sia destinato a consolidarsi o se, al primo grave errore che deciderà uno scudetto o una qualificazione europea, si assisterà a un rapido dietrofront, magari tornando a invocare un uso più massiccio della tecnologia.
Quel che è certo è che la partita di ieri, al di là del risultato che ha visto il Napoli uscire con un punto prezioso, passerà alla storia come la gara che ha sancito l'avvento di un'altra era arbitrale: un'era in cui il fischio si sente meno, il gioco scorre e i calciatori devono abituarsi a un contatto più fisico, quasi britannico, ma in cui l'ombra del dubbio su episodi come quello di Lobotka continuerà a gettare un'ombra lunga e pesante sulla bontà delle scelte tecniche.
Insomma, se l'obiettivo di Orsato era quello di rendere la Serie A un campionato più allenante in vista degli impegni europei, dove le italiane dovranno misurarsi con ritmi e arbitraggi diversi, la strada intrapresa sembra essere quella giusta sotto il profilo dell'intensità e della spettacolarità.
Tuttavia, la sensazione diffusa è che si stia camminando su un filo sottilissimo, dove la linea di demarcazione tra un gioco fluido e un arbitraggio lassista è estremamente labile, e dove il confine tra l'errore umano accettabile e l'errore tecnico evitabile grazie al Var rischia di diventare sempre più sfumato. I prossimi turni, con le polemiche che inevitabilmente si riaccenderanno a ogni episodio controverso, saranno fondamentali per capire se questo esperimento potrà durare o se si rivelerà soltanto un fuoco di paglia destinato a estinguersi nel primo vero intoppo.
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