Gianni Morandi, quel ragazzo di 81 anni che riparte dai palasport con “Monghidoro”

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è una teoria, peraltro abbastanza diffusa tra chi fa questo mestiere, secondo cui nulla invecchi più in fretta di un articolo di giornale; eppure, quando l’oggetto del racconto è Gianni Morandi, quella regola va a farsi benedire, dal momento che è lui – l’eterno ragazzo di Monghidoro – a non voler proprio saperne di invecchiare. A ottantuno anni suonati (e lui stesso tiene a sottolineare questa cifra, quasi quasi non volesse crederci), l’artista si prepara a calcare di nuovo i palchi dei principali palazzetti italiani con il tour “C’era un ragazzo – Gianni Morandi Story”, una carrellata di undici date che prenderà il via il 15 aprile da Conegliano per concludersi a maggio a Genova. A fare da apripista a questo ritorno trionfale – e a dire il vero già annunciato come sold out in diverse tappe – c’è un nuovo singolo, “Monghidoro”, uscito proprio in questi giorni su tutte le piattaforme digitali per Epic Records/Sony Music Italy, che rappresenta un vero e proprio omaggio alle sue radici più profonde.

L’abbraccio sonoro di Jovanotti e le radici emiliane

“Monghidoro”, lo avrete certamente capito, è il nome del paese dell’Appennino bolognese dove Morandi è nato e cresciuto, e la canzone – che lui stesso definisce un “inno alla vita” – porta la firma di un amico fraterno e prestigioso, Lorenzo Jovanotti. Il brano, spiega il diretto interessato, è nato quasi come un regalo per accompagnare l’apertura degli spettacoli, un pezzo pensato per avere quella carica trascinante alla Blues Brothers che spazza via ogni malinconia; non a caso il testo si chiude con un vigoroso “ciak, motore, azione!”. Jovanotti, raggiunto in videochiamata durante la conferenza stampa, ha voluto sottolineare come l’idea fosse quella di raccontare la convinzione di un “pazzo” di provincia che sogna di fare il cantante, una figura – la sua – che mescola l’incoscienza al talento puro.

I sessant’anni di un inno pacifista censurato

Il titolo della tournée, che celebra i sessant’anni della mitica “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones”, non è stato scelto per caso, soprattutto in un clima internazionale che vede protagonisti sulla scena mondiale leader come Vladimir Putin e il riconfermato presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Quel brano del 1966, ricorda Morandi, fu una delle prime, se non l’unica, canzone italiana a protestare apertamente contro la guerra in Vietnam; un pezzo talmente scomodo da finire sotto la scure della censura della Rai, che durante una diretta gli impose di cambiare il testo trasformando la parola “Vietnam” in un innocuo “ra-ta-ta-ta”. Lui, con la caparbietà che lo contraddistingue, la cantò uguale, scatenando addirittura un’interrogazione parlamentare; una medaglia per la pace arrivò poi negli anni Ottanta direttamente dalla Russia, un’ironia della storia che oggi, di fronte all’aggressione in Ucraina, lascia l’amaro in bocca al cantante.

Dal Teatro Duse ai palasport, senza filtri né manager

Nonostante l’età che avanza, Morandi confessa di non crederci ancora del tutto, di stupirsi nel vedere gli stadi riempirsi di nuovo, lui che non ha mai voluto un manager vero e che fino a poco tempo fa pensava a esibizioni più raccolte come quelle al Teatro Duse di Bologna. Parlando del futuro, lo sguardo corre a Charles Aznavour, il gigante della chanson morto a novantaquattro anni con un concerto in agenda il giorno dopo; è quello il modello che l’italiano sogna, l’idea di una vita spesa interamente sul palco, senza bisogno di annunciare “tour d’addio” o di fare troppe drammatiche dichiarazioni. Nel mezzo, ci sono i ricordi che affiorano: la lite furibonda con Lucio Dalla, che dopo un diverbio tecnico lo soprannominò “lo psycho di Monghidoro”, e la storiella che gli raccontò Francesco Guccini, il quale bollò la sua “C’era un ragazzo” come una sciocchezza in confronto alla potenza di “Dio è morto”.

La tv, il calcio e l’affetto per Stefano De Martino

Uscendo dai soli confini musicali, l’artista si è lasciato andare a qualche considerazione sul piccolo schermo e sullo sport. A chi gli chiede di “Canzonissima”, Morandi spiega che il programma di oggi ha ereditato solo il nome dal format originale che lui vinse nel lontano 1968, mentre il tentativo di riportarlo in auge nel 2010 insieme a Ballandi naufragò per un taglio dei fondi da parte della Rai. E a proposito di tv, non ha voluto mancare un passaggio sul futuro di Stefano De Martino, designato per la conduzione del prossimo Festival di Sanremo. Morandi rivela di essere andato a trovarlo di persona, per fargli un in bocca al lupo e per scherzare sulla possibilità di portare una nuova canzone all’Ariston; lo descrive come l’“uomo Rai” del momento, qualcuno che avrà senz’altro la lucidità di farsi aiutare, e che sta dimostrando di avere le spalle larghe per reggere l’eredità di un palco così importante. Ma non finisce qui: tra un aneddoto sull’amicizia con Gino Paoli e una battuta sul figlio Tredici Pietro (che potrebbe raggiungerlo sul palco di Assago, anche se “è un po’ strano e speriamo non cambi idea”), Morandi si concede anche una pausa sportiva, raccontando di come prenda in giro l’attaccante del Bologna Orsolini, dicendogli scherzosamente che visto che non segna più tanto, farebbe meglio a darsi alla musica. A ottantuno anni, insomma, il motore è ancora caldo.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.