Farmaci anti-obesità, l'effetto sul carrello della spesa: meno snack, più proteine. E il Regno Unito studia l'impatto sul SSN

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Cinque milioni di britannici hanno già utilizzato almeno una volta un farmaco della famiglia GLP-1, e altri milioni dichiarano che potrebbero farlo. È un fenomeno sanitario, ma sta rapidamente diventando anche economico e sociale, con ricadute che vanno ben oltre il corpo di chi assume queste molecole. Secondo l'indagine PwC su oltre 2.300 adulti britannici, il 9% ha utilizzato questi medicinali e un ulteriore 18% prenderebbe in considerazione il trattamento.

L'arrivo nel Regno Unito della prima formulazione orale approvata per il controllo del peso, avvenuto a giugno 2026, potrebbe accelerarne ulteriormente la diffusione: il numero di adulti in trattamento potrebbe più che raddoppiare, passando da circa 3 milioni a 7 milioni.

Un effetto misurabile sul carrello della spesa

Il dato più tangibile riguarda la spesa alimentare. Uno studio di Worldpanel by Numerator, basato sulle risposte di oltre 11.500 famiglie, stima che la rapida diffusione dei farmaci GLP-1 abbia sottratto al mercato alimentare britannico circa 780 milioni di sterline in un anno. Le famiglie in cui almeno una persona assume un soppressore dell'appetito hanno acquistato quasi 300 milioni di prodotti in meno nel primo anno dall'inizio del trattamento, con una riduzione media di 418 sterline per nucleo familiare.

Il crollo più vistoso riguarda cioccolato e patatine, con cali rispettivamente del 75% e del 72%. Crescono invece, in modo apparentemente paradossale, le vendite di collutorio e gomme da masticare, probabilmente legate agli effetti collaterali come secchezza delle fauci e alito cattivo.

La ricomposizione dei consumi

Non si tratta soltanto di una contrazione, ma di una vera e propria riallocazione. Secondo PwC, il 70% degli utenti spende meno in categorie legate all'appetito come snack e dolciumi, mentre il 40% spende di più in vitamine e integratori. Il 60% ha aumentato la spesa in cibi freschi e il 54% in opzioni ad alto contenuto proteico.

Un dato particolarmente significativo riguarda la persistenza di questi comportamenti: oltre l'80% di chi ha interrotto il trattamento dichiara di aver mantenuto almeno in parte le abitudini alimentari e di acquisto adottate durante la terapia. La domanda si sposta, dunque, e in parte si stabilizza, con implicazioni di lungo periodo per l'industria alimentare.

L'impatto su ristorazione e alcol

La ristorazione sta già reagendo. Circa due quinti degli utenti intervistati da Worldpanel chiede porzioni più piccole nei menu. Negli Stati Uniti, catene come Olive Garden e Cheesecake Factory hanno introdotto opzioni ridotte, mentre alcuni ristoranti stellati di Londra offrono menu dedicati a chi assume questi farmaci.

Il consumo di alcol registra un calo ancora più netto: una ricerca condotta da KAM in collaborazione con l'organizzazione Drinkaware rileva una riduzione del 29% nella frequenza di consumo e del 16% nelle unità settimanali tra gli utenti di GLP-1. Il 34% riferisce una diminuzione del desiderio di bere, e il 22% avverte gli effetti dell'alcol più rapidamente.

Il fenomeno non resta confinato a chi assume il farmaco: quasi la metà degli adulti britannici che non lo usa conosce qualcuno in trattamento, e tra questi il 30% beve meno quando socializza con loro, mentre il 20% sceglie modalità di incontro diverse, come un caffè o un'uscita più orientata al cibo.

Il nodo dei costi per il sistema sanitario

Resta aperto il capitolo più delicato, quello della sostenibilità economica per il servizio sanitario. Uno studio pubblicato su JAMA Health Forum ha calcolato che il prezzo annuale di tirzepatide e semaglutide si aggira rispettivamente intorno ai 12.700 e 16.200 dollari negli Stati Uniti, e che perché il trattamento risulti conveniente in termini di costo per anno di vita guadagnato in qualità servirebbero sconti consistenti, superiori all'80% per alcune molecole. Una ricerca della Yale School of Management, condotta su oltre 23.000 pazienti, ha rilevato che le spese sanitarie non legate al farmaco sono aumentate nei due anni successivi all'inizio della terapia, suggerendo che i risparmi ipotizzati non si materializzino automaticamente. Il dibattito su chi debba farsi carico di queste terapie e su quale prezzo sia sostenibile è destinato a restare al centro dell'agenda sanitaria nei prossimi anni.

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