Zelensky a Monaco tra il pressing di Trump e la necessità di un esercito europeo

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Quattro anni dopo essere salito su quel palco per lanciare l'allarme su un'invasione imminente, Volodymyr Zelensky è tornato alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, e il mondo, nel frattempo, è cambiato radicalmente. Se allora, nel 2022, indossava ancora l'abito formale per denunciare le mire di Vladimir Putin, oggi il presidente ucraino si presenta con la divisa consunta di un leader che ha dovuto trasformarsi in un comandante di guerra, ma anche – e forse soprattutto – nel portavoce di un'Europa che si scopre fragile e divisa. Il suo intervento, nella cittadina bavarese, ha assunto i contorni di una difesa accorata non solo del destino della sua nazione, ma dell'intera architettura di sicurezza continentale, messa in discussione da un nuovo scenario politico oltre Atlantico. La realtà, adesso, è che Zelensky si trova stretto in una morsa: da un lato, la pressione inesausta dell'esercito russo, che continua a martellare le città ucraine con sciami di droni – l'ultima notte ha visto decollare verso Kiev e altre regioni centotrentatré velivoli senza pilota, con le difese aeree costrette a un lavoro di saturazione estenuante – e dall'altro, la nuova linea dell'amministrazione Trump, che spinge per concessioni territoriali in cambio di una pace i cui contorni restano tutti da definire -3.

L'irruzione della realpolitik americana e il faccia a faccia con Rubio

Proprio mentre le esplosioni riecheggiavano nella capitale ucraina, a Monaco si consumava un'altra partita, fatta di diplomazia e di silenzi, altrettanto decisiva per le sorti del conflitto. Marco Rubio, il Segretario di Stato di Donald Trump, era atteso come uno degli interlocutori principali, incaricato di traghettare verso i leader europei il messaggio del nuovo inquilino della Casa Bianca. Un messaggio che, per molti versi, rappresenta una cesura netta con il passato: gli Stati Uniti, pur ribadendo un legame storico con il Vecchio continente – lo stesso Rubio ha dichiarato che l'America si sente "figlia dell'Europa" – chiedono ora ai partner europei di farsi carico di un peso maggiore all'interno dell'Alleanza Atlantica, auspicando un'autonomia strategica che sa più di disimpegno che di collaborazione paritetica. L'incontro tra Rubio e Zelensky, calendarizzato a margine della conferenza, si è caricato così di significati che vanno oltre la semplice stretta di mano: per Kiev, si è trattato di sondare fino a che punto si spingerà la pressione americana per convincerla a sedersi al tavolo negoziale a condizioni che, al momento, appaiono inaccettabili.

Il pressing di Washington, del resto, non è mai stato così diretto. L'approccio di Trump, che ha sempre rivendicato una capacità unica di chiudere la guerra in ventiquattr'ore, si traduce ora in una richiesta esplicita all'Ucraina affinché valuti la strada dei compromessi. Una posizione che stride con la fermezza mostrata da Zelensky nel corso della conferenza, dove ha ribadito con forza un concetto granitico: nessuna trattativa sull'Ucraina senza l'Ucraina, e nessuna decisione sulla sicurezza europea senza che l'Europa abbia un posto al tavolo -1. Il presidente, forte dell'esperienza maturata in questi anni di conflitto, ha voluto mettere in guardia i partner dal rischio di un accordo bilaterale tra Stati Uniti e Russia che bypassi non solo Kiev, ma l'intero continente. Ha definito Putin prevedibile nei suoi inganni, ha bollato come pericolosa l'idea che la fine della guerra possa essere decisa in un testa a testa tra superpotenze, e ha ribadito che l'unica garanzia di sicurezza realmente efficace per l'Ucraina resta l'adesione alla Nato -1.

L'appello per un'Europa che si faccia carico del proprio destino

Di fronte a questo scenario, l'intervento di Zelensky a Monaco ha assunto una dimensione quasi profetica. Comprendendo che il vento d'oltreoceano soffia nella direzione di un ridimensionamento dell'impegno diretto, il leader ucraino ha lanciato un appello che suona come un monito: è giunto il momento che l'Europa si doti di un proprio pilastro militare, di un esercito comune che la renda meno vulnerabile ai cambi di umore della politica americana. "L'Europa ha bisogno di un'unica voce, non di una dozzina di voci diverse", ha scandito dal palco, sottolineando come la frammentazione delle posizioni continentali indebolisca la capacità di reagire alle sfide poste da Mosca e, al contempo, di interloquire con una nuova amministrazione Trump che rispetta solo chi dimostra forza e coesione.

Non si tratta, nelle parole di Zelensky, di un gesto di rottura con Washington, quanto piuttosto di un atto di realismo. Se gli Stati Uniti intendono ridurre la loro presenza in Europa – e i segnali in tal senso, dalle incertezze sul futuro sostegno militare alle recenti controversie su Groenlandia e dazi, sembrano inequivocabili – allora tocca agli europei colmare quel vuoto, costruendo una difesa che sia complementare e non subalterna a quella della Nato. La conferenza di Monaco, che storicamente celebra il primato del dialogo transatlantico, si è così trasformata nella cassa di risonanza di una nuova consapevolezza: l'Ucraina, suo malgrado, non combatte solo per la propria sopravvivenza, ma per definire il perimetro di un'Europa che deve imparare a difendersi da sola, in un mondo in cui gli alleati di ieri possono trasformarsi in interlocutori distanti. Mentre i riflettori si accendevano sulle dichiarazioni politiche, la notte ucraina continuava a essere squarciata dal rombo dei droni, a ricordare che il tempo per le discussioni è spesso scandito dalla violenza delle armi.

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