Nel bunker tra i «liberatori» del Libano

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Ottanta persone, riunite in un bunker intorno a un tavolo quadrato, hanno dato vita ieri all'opposizione libanese contro Hezbollah. Tra i presenti, i cristiani di Samir Geagea, erede delle Falangi che combatterono a fianco degli israeliani durante la guerra civile, e Camil Chamoun jr, nipote del secondo presidente della storia del Libano, anch'egli cristiano e con trascorsi militari nella guerra civile. Unico politico musulmano presente, Ashraf Rifi, ex generale della polizia ed ex ministro di Giustizia, noto per la sua opposizione all'influenza siriana e iraniana.

Il futuro dei cristiani in Libano appare incerto. In un Medio Oriente frammentato, anche il modello libanese di Stato multiconfessionale, che tiene insieme sunniti, sciiti e cristiani, sembra vacillare. I cristiani, in particolare, sembrano rassegnati a una sorta di isolamento. Tareq Mitri, ex ministro e accademico di chiara fama, mai vicino a Hezbollah, ha dichiarato in un'intervista al principale giornale francofono nazionale che "la priorità oggi è dire che la guerra è di tutti in Libano". Mitri ha sottolineato come Hezbollah abbia portato una guerra non voluta, auspicando una svolta e un nuovo Libano.

Marwan Ojaimie, che due anni fa ci aveva aiutato a comprendere meglio le complesse dinamiche del Libano, ha deciso di lasciare il paese per ricongiungersi alla sua famiglia in Qatar. Dopo aver visto cancellato il suo volo per l'Egitto, non ha avuto altra scelta. Nel frattempo, a Tyro, sotto le bombe israeliane, i pescatori sono intenti a sistemare le reti e lucidare le barche, non potendo uscire in mare a causa del blocco imposto dalla guerra. Il mercato del pesce è ormai fermo da settimane, lasciando molte famiglie senza sostentamento.

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