La “porta atlantica” si spalanca da metà aprile: ecco quali regioni italiane dovranno fare i conti con più piogge
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Redazione Interno
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La svolta, secondo le analisi multimodellistiche, prenderà forma concreta attorno al 10 aprile, quando un’irruzione fredda di origine atlantica inizierà a interagire con l’aria più mite preesistente. Da quel momento in poi, e almeno fino al 20 aprile, lo scenario si farà progressivamente più dinamico. A fornire un quadro più dettagliato delle aree che riceveranno la maggior quantità d’acqua sono due dei modelli più autorevoli, l’europeo ECMWF e l’americano GFS, le cui proiezioni – pur concordando sul cambio di regime – mostrano discrepanze significative nella distribuzione spaziale degli accumuli.
Il modello europeo premia il centro-sud e le adriatiche, il GFS disegna un quadro a macchie di leopardo
Secondo l’ECMWF, la mappa delle precipitazioni cumulate sino al 20 aprile evidenzia un netto contrasto tra diverse aree della penisola. A essere favorite, in questo caso, sarebbero le regioni adriatiche e, più in generale, l’intero centro-sud. Queste zone verrebbero interessate da due eventi principali: l’irruzione fredda del 10 aprile e il successivo passaggio ciclonico compreso tra il 12 e il 15 aprile. Per contro, il settentrione (pur non essendo escluso) riceverebbe quantità minori ma comunque rilevanti, con l’eccezione dell’estremo nord-ovest – verosimilmente Piemonte occidentale e Valle d’Aosta – dove gli accumuli risulterebbero molto più scarsi. La Sardegna, invece, si collocherebbe in una posizione intermedia, con valori apprezzabili ma inferiori rispetto al picco centro-meridionale.
Il modello GFS, al contrario, propone una distribuzione estremamente irregolare, quasi “a macchie di leopardo”. Due i picchi principali: uno al nord (probabilmente triveneto ed Emilia) e l’altro all’estremo sud, con la Sicilia in primo piano. Il centro Italia, in questa lettura, verrebbe stranamente “snobbato” dai fenomeni più consistenti, fatta eccezione per l’Appennino abruzzese, dove l’orografia potrebbe comunque innescare precipitazioni localizzate. Una divergenza non rara tra i due modelli, che impone agli addetti ai lavori di attendere i prossimi run per affinare la previsione.
Dopo il 10 aprile l’anticiclone lascia spazio a un flusso perturbato, la tendenza si estende fino al 25
L’analisi della tendenza non si ferma al 20 aprile. Le proiezioni del Centro Europeo, aggiornate per la seconda metà del mese, delineano un quadro atmosferico europeo in cui gli scossoni (termine tecnico per indicare rapide ondulazioni del getto) diventano frequenti. Già nella settimana successiva al 10 aprile ci si attende un primo netto aumento dell’instabilità, confermato anche dagli ensemble del modello americano. In pratica, dopo la fase anticiclonica e molto mite che durerà almeno fino all’8-9 aprile, l’Italia entrerà in una fase più movimentata, con il ritorno delle perturbazioni atlantiche capaci di bagnare a tratti gran parte del territorio.
Non si tratta, va precisato, di un nubifragio continuo: l’alternanza tra piogge e schiarite sarà la regola. Tuttavia, l’apertura della porta atlantica a metà aprile rappresenta un cambio di scenario netto rispetto ai mesi precedenti, caratterizzati da lunghi periodi di stabilità. Il flusso oceanico, una volta instauratosi, potrebbe persistere per diversi giorni, alimentando una sequenza di fronti che si susseguiranno a intervalli regolari.
Piogge anche al nord e al sud, ma con differenze sostanziali tra i due modelli previsionali
Rimane elevata l’incertezza sugli accumuli totali, un’incertezza che le mappe di confronto (come quelle pubblicate da Meteologix) restituiscono senza infingimenti. Quel che appare certo, al momento, è che da metà aprile assisteremo a una ripresa decisa della dinamicità atmosferica sull’Italia. Le regioni del versante adriatico, dalla Puglia al Veneto, potrebbero risultare le più esposte ai passaggi perturbati, ma anche la Sicilia e la Calabria – specialmente nei picchi previsti dal modello GFS – non resteranno a secco. Al nord-ovest, invece, il rischio di un deficit pluviometrico permane, almeno stando alla prima proiezione europea. Una situazione, insomma, da monitorare passo dopo passo, consapevoli che la variabilità è insita nella natura di queste transizioni stagionali.




