Un detenuto si toglie la vita a Brindisi, mentre a Torino un altro muore in cella
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Redazione Interno
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La cronaca penitenziaria italiana registra, in poche ore, due drammatici episodi che riaccendono i riflettori sull'emergenza strutturale del sistema. A Brindisi, un uomo originario della Basilicata ha posto fine alla sua esistenza all'interno della Casa Circondariale, utilizzando un metodo estremo che non ha lasciato scampo. L'evento, che si consuma in una struttura dove il sovraffollamento raggiunge una percentuale del 195%, secondo quanto denunciato dal segretario generale della UILPA Polizia Penitenziaria, Gennarino De Fazio, appare come l'ultimo, tragico anello di una catena ininterrotta. Dall'inizio dell'anno, come sottolineato dallo stesso sindacalista, sono settantadue i detenuti e un internato in una REMS ad aver scelto il suicidio, un bilancio agghiacciante a cui si somma la morte di quattro operatori, numeri che descrivono una realtà insostenibile e lontana da qualsiasi dichiarazione di civiltà.
L'incubo del sovraffollamento
La situazione descritta per il carcere di Brindisi, con duecentotrentadue persone recluse in spazi concepiti per accoglierne centodiciannove, non costituisce un'eccezione ma piuttosto la regola in molti istituti del Paese, dove la promiscuità e la carenza di servizi essenziali minano quotidianamente la salute psico-fisica di chi vi è costretto. Queste condizioni, che rendono la detenzione una pena aggiuntiva e disumana, sono state più volte portate all'attenzione delle autorità, senza che interventi risolutivi siano mai stati messi in campo. Il fenomeno dei suicidi, del resto, non conosce tregua e sembra seguire un tragico copione, ripetendosi con una frequenza che normalizza l'orrore e spegne progressivamente l'allarme sociale.
La tragedia nella notte torinese
Poche ore dopo il fatto di Brindisi, un altro dramma si è consumato nel carcere torinese "Lorusso e Cutugno", alle Vallette. Un uomo di cinquant'anni, approfittando del silenzio notturno, ha messo in atto il suo proposito. Come ricostruito dai sindacati Osapp e Sappe, un agente di polizia penitenziaria, durante il consueto giro di controllo nella sezione, ha notato un'anomalia allo spioncino della cella, che risultava bloccato. Riuscito ad aprire la porta blindata, si è trovato di fronte alla scena straziante del detenuto, già senza vita, appeso con un cappio di stoffa a un punto della cella. L'allerta immediata e l'arrivo del personale del 118 non hanno potuto che constatare l'irreparabile, nonostante il tempestivo avvio delle manovre di rianimazione.
Un copioso che si ripete
La dinamica dell'episodio torinese, per quanto scioccante, risulta purtroppo familiare, quasi uno schema che si ripete con macabra regolarità. In un altro caso, sempre nella stessa regione, un uomo di quarantotto anni aveva utilizzato un cappio rudimentale, fissato allo spioncino della porta, lasciandosi poi cadere dallo sgabello su cui era posizionato. Anche in quella circostanza, i soccorsi si erano rivelati del tutto inutili. Questi fatti, che si susseguono a ritmo serrato in diverse regioni d'Italia, non sono che la manifestazione più estrema e definitiva di un malessere profondo, che attraversa l'intero universo carcerario e che le istituzioni faticano a riconoscere nella sua reale portata, limitandosi troppo spesso a prendere atto dell'ennesima tragedia annunciata.




