Trump attacca Leone XIV: «Un papa debole, non voglio un alleato del crimine»
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
La frattura tra la Casa Bianca e il Vaticano, con il primo pontefice americano della storia a fare da sfondo a un confronto tanto inedito quanto violento, si è consumata ufficialmente nel fine settimana. Donald Trump, che siede alla Casa Bianca ormai da oltre un anno dopo la sua ultima rielezione, ha scelto la sua consueta arena social, Truth Social, per scagliarsi contro Papa Leone XIV, reo – secondo il presidente – di aver tenuto un discorso sulla pace giudicato «pessimo in politica estera» e sintomo di una «debolezza» inaccettabile di fronte alle sfide globali.
L’affondo è arrivato al culmine di una veglia di preghiera nella Basilica di San Pietro, durante la quale il pontefice aveva lanciato un accorato appello contro la deriva bellicosa, chiedendo di porre fine a quella che ha definito «l’idolatria dell’io e del denaro». Parole che, a giudizio della Casa Bianca, rappresenterebbero una critica diretta alle amministrazioni repubblicane e alla loro gestione dei conflitti in Medio Oriente, un’area calda dove proprio in quelle ore si tentava una mediazione tra Stati Uniti e Iran. «Non sono un grande fan di Papa Leone», ha dichiarato Trump ai giornalisti rientrando alla Joint Base Andrews, aggiungendo poi, con una punta di disprezzo, che si tratterebbe di «una persona molto liberale che non crede nella lotta alla criminalità».
A fare da contraltare a questa invettiva, è arrivata la voce della Conferenza episcopale statunitense (Usccb), per bocca del suo presidente, monsignor Paul S. Coakley. L’arcivescovo di Oklahoma City ha risposto a muso duro, senza lasciare spazio ad ambiguità: «Sono rattristato che il Presidente abbia scelto di scrivere parole così offensive sul Santo Padre». La precisazione, tuttavia, mira a ridimensionare la portata del conflitto, ricordando a Trump che «Papa Leone non è un rivale, né è un politico». È, invece, «il Vicario di Cristo che parla dalla verità del Vangelo e per la cura delle anime», un tentativo – questo – di restituire alla polemica una dimensione spirituale che il presidente sembrava aver deliberatamente ignorato.
Il “merito” della nomina e il veto sull’Iran
L’attacco di Trump, tuttavia, non si è limitato a una critica generica sulla geopolitica. In un passaggio che ha fatto rapidamente il giro del mondo, il tycoon ha rivendicato una sorta di paternità dell’attuale pontificato. Secondo quanto riportato nel suo post, Papa Leone (al secolo Louis Prevost) sarebbe stato eletto esclusivamente in virtù della sua nazionalità, scelto dal conclave come uomo giusto per «gestire il rapporto con Donald J. Trump». «Se io non fossi alla Casa Bianca – ha tuonato il presidente – Leone non sarebbe in Vaticano». Una dichiarazione, quest’ultima, che rompe ogni protocollo diplomatico e che trasforma il rapporto tra i due capi di Stato in un conto personale basato sulla lealtà presunta.
Sul fronte dei contenuti, il disaccordo è radicale. Trump ha accusato il pontefice di tollerare l’ipotesi che l’Iran possa dotarsi di armi nucleari, un’evenienza che la sua amministrazione ha sempre dichiarato di voler impedire con ogni mezzo. «Non voglio un Papa che ritenga accettabile che l’Iran possieda l’arma nucleare», ha scritto il presidente, incalzato poi dalle critiche sul fronte sudamericano. La scelta di Trump di giustificare le operazioni militari in Venezuela, descritte come un’azione necessaria per fermare il traffico di droga, si scontra frontalmente con la dottrina pacifista del Vaticano; una dottrina che il Papa americano ha ribadito con forza in questi giorni, parlando ai vescovi caldei riuniti a Roma e definendo «blasfemia» la guerra.
La difesa della dottrina sociale
Nonostante la durezza degli attacchi – che includono una foto generata dall’intelligenza artificiale in cui Trump appare nelle vesti di Gesù Cristo, un’immagine definita da molti osservatori come blasfema – la reazione della Curia romana è stata, per ora, affidata ai toni misurati ma fermi della diplomazia. L’intervento dei vescovi americani, infatti, serve a spostare l’asticella della discussione: non una resa dei conti politica, bensì l’incompatibilità tra la visione trumpiana della “forza” e la visione cristiana del “servizio”.
Lo scontro, insomma, non è solo personale ma teologico. Mentre Trump esalta la deterrenza e la potenza militare come strumenti per raggiungere la «pace attraverso la forza», Leone XIV risponde dal pulpito di San Pietro con un secco «Basta con le dimostrazioni di forza!». La vera potenza, per il pontefice, si manifesta nel servire la vita, un’equazione che l’inquilino della Casa Bianca, abituato alla logica dei rapporti di forza, ha liquidato come una semplice debolezza di vedute, ribadendo il suo disprezzo per chi non si schiera apertamente nella «lotta alla criminalità».




