Medio Oriente, i drammi invisibili della guerra in Libano: ponti distrutti e il rischio di una nuova guerra civile

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’autostrada che avvolge Beirut, di solito intasata dal traffico caotico e dalle clacson, si è trasformata in un teatro di guerra surreale. Un uomo alla guida riceve una telefonata; è un numero israeliano. Gli intimano di accostare immediatamente, perché un drone sta per colpire l’auto che viaggia davanti alla sua. Lui obbedisce, si ferma sul ciglio, e poco dopo, sotto i suoi occhi, il veicolo davanti esplode. Sono questi i frammenti di cronaca – quelli che raramente raggiungono le nostre televisioni – che descrivono la natura frammentata e iper-tecnologica del conflitto in corso, dove la morte può arrivare con un preavviso telefonico mentre si è semplicemente in coda per tornare a casa.

Oltre a questi episodi di “lucidità” bellica, il Sud del Libano vive ore di isolamento totale. A parlare, più dei comunicati stampa, è la geografia: il ponte di Qasmieh, infrastruttura vitale che collega il Nord al Sud scavalcando il fiume Litani, è ridotto a un relitto di cemento armato di appena cinquecento metri di lunghezza per duecento di larghezza. Sebbene rientrato parzialmente in funzione solo ieri, il suo aspetto evoca la fragilità di una nazione i cui arti vengono tagliati uno a uno. L’Operazione Oscurità Eterna, con le sue centinaia di missili, ha mirato proprio a questi snodi: ponti distrutti, piantagioni di banani e serre di pomodorini che costeggiano il Litani sono ora il confine di fatto di un distretto tenuto in ostaggio, dove l’acqua scorre tranquilla ma l’aria è piena del ronzio minaccioso dei droni. L’obiettivo dichiarato sul campo, come confermano gli analisti, è quello di creare una zona cuscinetto, isolando i villaggi a sud del fiume e rendendoli di fatto inaccessibili, non solo ai rifornimenti di Hezbollah, ma anche ai soccorsi per la popolazione civile rimasta intrappolata.

La paura di un ritorno alla guerra civile e le proteste a Beirut

Mentre nel Sud i cadaveri giacciono sotto le macerie senza che le famiglie possano recuperarli, nel resto del Paese sale una tensione politica che sa di déjà-vu. Leggendo le chat sui social network, emerge con chiarezza il timore dei libanesi: quello di una nuova guerra civile. Le ferite del conflitto del 1975-1990 non sono mai realmente rimarginate, e l’attuale pressione israeliana rischia di riaprire vecchie faglie settarie. A complicare il quadro, nel pomeriggio di ieri, migliaia di persone sono scese in piazza davanti al Gran Serraglio di Beirut per protestare contro i negoziati che il primo ministro Nawaf Salam intende avviare con Israele.

I manifestanti, tra i quali sventolavano numerose bandiere gialle di Hezbollah, hanno dato alle fiamme i ritratti del premier, apostrofandolo come “sionista”. L’accusa mossa dal popolo e dalle fazioni vicine all’asse iraniano è chiara: Salam, eletto su una piattaforma di riforme e di rafforzamento dello Stato, sta tradendo la “Resistenza” per piegarsi ai dettami degli Stati Uniti. Prima di questa esplosione di rabbia popolare, un consigliere della guida suprema iraniana aveva lanciato un avvertimento pesante sui social: “Il signor Nawaf Salam deve sapere che ignorare il ruolo senza pari della Resistenza e dell’eroico Hezbollah esporrà il Libano a rischi di sicurezza irreparabili”.

Israele, acqua e gas: le mire strategiche oltre Hezbollah

Ma qual è il fine ultimo di questa offensiva che non accenna a placarsi? Sebbene la retorica ufficiale parli di smantellare le capacità militari di Hezbollah, gli osservatori internazionali puntano il dito su interessi ben più concreti e antichi: l’acqua e il gas. Il fiume Litani, che oggi segna il confine di fatto dell’avanzata israeliana, è la risorsa idrica più preziosa del Libano. Controllarne le sponde o spostare il confine a nord del fiume – come alcuni ministri israeliani hanno implicitamente suggerito – significherebbe impossessarsi di una risorsa strategica fondamentale in una regione arida. A questo si aggiunge la questione delle riserve di gas nel Mediterraneo orientale: un accordo marittimo storico del 2022 aveva delimitato le acque territoriali, ma la pressione attuale mira chiaramente a rinegoziare questi equilibri con la forza.

Nonostante i proclami di vittoria e la determinazione dei suoi combattenti, Hezbollah si trova stretto in una morsa. Da un lato subisce i bombardamenti più intensi dalla sua fondazione – con centinaia di razzi lanciati quotidianamente verso il territorio israeliano come rappresaglia – dall’altro deve gestire il malcontento interno. I libanesi, specialmente quelli delle aree cristiane e sunnite, non hanno dimenticato il ruolo della milizia nel trascinare il Paese in una guerra non voluta dalla maggioranza, mentre l’economia, già in ginocchio dal 2019, sprofonda ulteriormente.

Isolamento e funerali di Stato in un Libano sempre più spaccato

La cronaca di questi giorni restituisce anche immagini di una quotidianità straziante. A Sidone, centinaia di persone hanno partecipato al funerale di 13 agenti della Sicurezza di Stato, uccisi in un raid a Nabatiyeh. Bare avvolte nella bandiera libanese, urla disperate di vedove che chiedono chi restituirà loro i mariti. Si tratta di vittime dello Stato libanese, quelle che cercano di tenere in piedi le istituzioni, e non dei combattenti di Hezbollah. La loro morte sottolinea come il conflitto stia ormai travolgendo ogni ambito, senza distinzione.

Sul fronte strategico, l’esercito regolare libanese ha dovuto ritirarsi da diverse postazioni, lasciando campo libero alle incursioni di terra israeliane, mentre i ponti distrutti rendono la vita un inferno logistico per i civili. In questo vuoto di potere, le parole del vicepresidente del Consiglio Politico di Hezbollah, Mahmoud Comati, risuonano come una minaccia a breve termine: ha profetizzato uno “tsunami popolare” che spazzerà via l’attuale governo “peccatore” alla fine della guerra. La paura, tra le macerie di Beirut e i villaggi fantasma del Sud, è che il nemico più pericoloso per i libanesi non sia più solo Israele, ma il ritorno dei fantasmi del passato.

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