Mosca ordina agli stranieri di lasciare Kiev: «Attacchi di rappresaglia continueranno»
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Redazione Esteri
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Il ministero degli Esteri russo ha diffuso nella giornata di ieri una nuova raccomandazione rivolta ai cittadini stranieri e al personale diplomatico presente a Kiev: lasciare la capitale ucraina al più presto e astenersi dal viaggiare nel Paese. La nota, ripresa dalle principali agenzie internazionali, non è un invito generico.
Il dicastero guidato da Sergej Lavrov ha parlato esplicitamente di «massicci attacchi di rappresaglia» che le Forze armate russe continueranno a sferrare contro «obiettivi militari a Kiev e in altre città ucraine», aggiungendo che «la responsabilità di eventuali conseguenze negative ricade interamente su coloro che ignorano questo avvertimento».
La comunicazione ricalca nella forma un avviso già diffuso lo scorso 25 maggio, ma il contesto in cui arriva è profondamente mutato.
Nelle ultime settimane l’intensità degli attacchi sulla capitale ucraina è cresciuta in modo significativo: secondo analisti militari citati da emittenti internazionali, nel mese di settembre il numero di raid su Kiev è quasi raddoppiato rispetto al mese precedente. Il cambio di passo riguarda non solo la frequenza, ma anche la scelta degli obiettivi e le tempistiche degli attacchi, che sempre più spesso colpiscono di giorno, quando la popolazione è per strada.
I ponti sul Dnipro nel mirino
Il segnale più evidente della nuova fase è arrivato dai ripetuti colpi messi a segno contro i ponti che attraversano il fiume Dnipro, infrastrutture che collegano la parte orientale e quella occidentale di Kiev. Il Ponte Sud e il Ponte Nord, rispettivamente noto anche come Pivdennyi e Podilskyi, non erano mai stati presi di mira prima dell’inizio di ottobre. Droni russi hanno colpito più volte la stessa sezione del Ponte Sud tra il 1° e il 2 ottobre, danneggiando la carreggiata, il guardrail e un pilone di sostegno.
L’amministrazione comunale ha disposto la chiusura totale del ponte e restrizioni parziali sul Ponte Paton e sul Ponte della Metropolitana, provocando disagi enormi per una città di circa tre milioni di abitanti che dipende in larga misura dalla rete metropolitana per gli spostamenti quotidiani.
Secondo l’Institute for the Study of War, gli attacchi ai ponti rientrano in una campagna più ampia che non mira soltanto a danneggiare le infrastrutture militari, ma a degradare l’economia ucraina e a rendere sempre più difficile la vita civile nella capitale. Gli analisti statunitensi hanno osservato che i droni d’attacco russi sarebbero stati dotati di cariche cave del peso di circa quaranta chilogrammi, progettate per perforare strutture in acciaio e cemento armato come i piloni dei ponti e i tralicci dell’alta tensione.
Il ponte come obiettivo strategico
La scelta di colpire i ponti sul Dnipro non è casuale. Kiev è attraversata dal fiume che divide la città in due metà, e i collegamenti stradali e ferroviari tra le due sponde rappresentano snodi vitali per il funzionamento della metropoli. Bloccare o rendere insicuri questi passaggi significa paralizzare la circolazione di merci, persone e mezzi militari, oltre a costringere la popolazione a percorsi alternativi sempre più lunghi e disagevoli.
Il ministero degli Esteri russo ha ammesso di aver colpito il Ponte Nord perché «facilita gli spostamenti delle truppe e le consegne di rifornimenti militari per le forze armate ucraine». La replica del ministro delle Infrastrutture ucraino, Mykola Kalashnyk, è arrivata sui canali ufficiali: «Costruiremo ponti galleggianti», ha dichiarato, senza escludere la realizzazione di un tunnel sotterraneo sotto il fiume.
La vita quotidiana nella capitale assediata
Nelle strade del centro, raccontano i corrispondenti delle testate internazionali, il traffico è ridotto ai minimi termini e le lezioni scolastiche si tengono a distanza. Gran parte della giornata si svolge nei rifugi, anche se cresce il malumore per le effettive capacità di protezione: secondo dati diffusi dalle autorità ucraine, soltanto 77 rifugi nella capitale risultano ad alta protezione sugli oltre quattromila certificati.
Il sindaco di Kiev, Vitali Klitschko, ha descritto la situazione come «estremamente drammatica», aggiungendo che «non è più possibile fingere di poter vivere come in tempo di pace».
Gli attacchi non risparmiano nemmeno le strutture civili. Nel corso dell’ultima settimana, secondo quanto riportato dalle autorità locali, missili e droni russi hanno colpito uffici, centri dati, una scuola e un ospedale, oltre a una centrale termica e altre installazioni energetiche, lasciando diversi quartieri senza corrente elettrica e acqua fino al mattino. A Odessa, nel sud del Paese, un raid ha centrato una nave nel porto uccidendo un marinaio e ferendone altri tre; secondo Mosca la nave stava consegnando un carico di armi.
Il fronte diplomatico parallelo
Mentre le bombe continuano a cadere su Kiev, sul piano diplomatico emergono dettagli di un negoziato parallelo che coinvolge l’amministrazione statunitense e il Cremlino. Secondo quanto riportato dal New York Times, i colloqui tra Washington e Mosca per porre fine al conflitto in Ucraina si sarebbero ampliati fino a includere una transazione petrolifera da diversi miliardi di dollari che riguarderebbe la rete globale di giacimenti, raffinerie e stazioni di servizio della compagnia energetica russa Lukoil.
L’operazione, che necessiterebbe dell’approvazione della Casa Bianca e del Cremlino, vedrebbe coinvolti l’investitore americano Todd Boehly, due gruppi del Medio Oriente con legami d’affari con gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner, e una branca del governo federale americano.
Secondo fonti citate dal quotidiano newyorkese, il presidente russo Vladimir Putin avrebbe sollevato la questione durante un incontro con Witkoff e Kushner al Cremlino lo scorso 5 settembre, presentandola come un modo per dimostrare ai russi che è possibile fare affari con gli Stati Uniti.
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