Il progetto della moschea a Mestre è insostenibile e non c'entra nulla con la libertà di culto

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il dibattito sulla maxi-moschea di Mestre, che da settimane tiene banco a Venezia, rischia di scivolare su un terreno pericoloso: quello della confusione tra diritto al culto e opportunità urbanistica. La libertà di professare la propria fede religiosa è un principio inderogabile di ogni democrazia, e nessuno ha mai messo in discussione la possibilità per i fedeli musulmani di disporre di luoghi di preghiera.

Ma da qui a trasformare un'area produttiva, peraltro in una zona nevralgica come via della Giustizia, in un centro islamico da 20 milioni di euro, il passo è lungo e costellato di questioni ben più concrete di una rivendicazione identitaria. Il progetto, così come presentato, non è semplicemente un luogo di culto, ma un'opera faraonica che per dimensioni, costi e impatto sociale non ha alcuna compatibilità con il tessuto urbano della terraferma veneziana.

Un progetto faraonico per un'area inadeguata

Il punto nodale, spesso volutamente oscurato, è di natura urbanistica. L'area individuata in via della Giustizia a Mestre, un'ex segheria di circa 8.000 metri quadrati acquistata per un milione e mezzo di euro, è attualmente destinata ad attività produttive. Per realizzare il complesso, che secondo i piani dovrebbe svilupparsi su tre piani per un totale di circa 45.000 metri cubi, è necessaria una variante urbanistica che il Comune di Venezia ha il dovere di valutare, e in questo caso di negare, in base a parametri tecnici e di sostenibilità.

Il sindaco Simone Venturini è stato chiaro nel definire il progetto "incompatibile" e "faraonico", ribadendo che non si tratta di un veto ideologico, ma di una valutazione oggettiva sull'impatto di una struttura di tali dimensioni in un'area non vocata a riceverla. Parlare di libertà di culto in questo contesto è strumentale, poiché non si sta negando il diritto di pregare, ma si sta impedendo la realizzazione di un'opera che stravolgerebbe la logica urbanistica di un intero quartiere, indipendentemente dalla destinazione d'uso.

Il nodo dell'integrazione e delle regole di convivenza

A rendere ancor più complesso il quadro è il discorso, altrettanto concreto, sull'integrazione. Il sindaco Venturini ha sollevato questioni che vanno oltre la semplice pratica religiosa, toccando il tasto dolente del rispetto delle regole civiche.

L'abbandono indiscriminato dei rifiuti, la gestione di alcuni esercizi commerciali e, soprattutto, la condizione di isolamento di una parte delle donne, spesso coperte da veli integrali e lontane da percorsi di lavoro e formazione, sono elementi che, secondo il primo cittadino, impediscono di considerare "pienamente compiuto" il percorso di integrazione della comunità bengalese.

Si tratta di un'osservazione che poco ha a che fare con la religione e molto con la convivenza quotidiana: prima di chiedere uno spazio monumentale in cui celebrare la propria identità, ci si aspetta che quella stessa comunità dimostri di voler condividere fino in fondo i doveri di cittadinanza. Una pretesa, questa, che appare tanto legittima quanto sacrosanta.

La spettacolarizzazione politica e i finanziamenti opachi

La vicenda, come spesso accade, è stata rapidamente fagocitata dalla propaganda politica. La Lega, con la proposta di una legge per bloccare nuovi insediamenti islamici in Italia e l'arrivo annunciato a Venezia del leader Matteo Salvini, ha trasformato il caso in un simbolo nazionale dello scontro tra culture. Dall'altro lato, la comunità islamica, attraverso il suo rappresentante Prince Howlader, ha alzato il tiro minacciando scioperi che paralizzerebbero i cantieri di Fincantieri e il settore turistico-ristorativo, dove migliaia di bengalesi sono impiegati.

Un ricatto, questo, che ha inasprito ulteriormente gli animi. Ma al di là delle contrapposizioni ideologiche, rimane una zona d'ombra che nessuno ha ancora chiarito: da dove arrivano i 20 milioni di euro necessari alla costruzione? Sul tavolo c'è la denuncia di una raccolta fondi basata sul "waqf", la donazione islamica, che prometterebbe una "casa in Paradiso" in cambio di 500 euro al metro quadrato, ma anche l'ombra di finanziamenti esteri e di legami con organizzazioni poco trasparenti. È su questi fatti, e non su slogan, che la politica e la magistratura sono chiamate a fare chiarezza.

Veneziani e musulmani, una storia complessa

A spezzare una lancia a favore di una convivenza possibile è però una voce fuori dal coro: quella di Elisabetta Nordio, veneziana doc, campionessa di voga e convertita all'Islam da trent'anni. Nordio, in un'intervista, ha provato a smontare molti luoghi comuni, sostenendo che "fa decisamente più paura via Piave, con la gente che spaccia, piuttosto che vedere una persona che esce di casa per andare a pregare in una moschea".

La sua testimonianza è preziosa perché dimostra che l'integrazione è possibile e che la fede islamica, quando vissuta in un contesto di rispetto reciproco, non rappresenta una minaccia. Tuttavia, la sua storia individuale non può essere usata per giustificare un'operazione urbanistica e finanziaria di questa portata.

Il diritto di avere un luogo di culto è sacrosanto, e a Venezia esistono già spazi, seppur modesti, per la preghiera, ma la costruzione di una maxi-moschea che stravolge il volto di una città non è un atto dovuto, bensì una scelta politica e amministrativa che va ponderata con il massimo rigore. Si tratta di due piani di discorso separati: la fede risiede nel cuore delle persone, le opere in cemento e acciaio devono obbedire alle leggi del territorio e del buon senso.

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