L'assedio di El-Fasher, finito nel sangue, consegna il Darfur ai paramilitari
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Redazione Esteri
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Dopo cinquecentocinquanta giorni di assedio, segnati da oltre trecento attacchi, la città di El-Fasher, ultimo baluardo delle forze governative nel Darfur settentrionale, è caduta sotto il controllo delle Forze Rapide di Supporto. L’annuncio, che sancisce una svolta decisiva nel conflitto, è giunto dal generale al-Burhan, comandante delle Forze Armate Sudanesi, il quale, in un discorso televisivo, ha motivato la ritirata dei suoi soldati con la necessità di «evitare la distruzione totale della città e salvare la vita dei civili ancora presenti». Una capitolazione, dunque, dettata non solo dalla pressione militare ma da una catastrofe umanitaria ormai insostenibile.
La conquista e il vuoto di potere
La presa della città, che per mesi era divenuta un immenso campo profughi e dove era stata dichiarata una grave carestia, consegna di fatto l’intera regione del Darfur al controllo dei paramilitari guidati da Mohamed Hamdan Dagalo, noto come Hemedti. Le Forze Rapide di Supporto, che hanno le loro radici nelle milizie janjawid, già tristemente note per le violenze dei decenni passati, hanno consolidato il loro dominio in un’area storicamente lacerata da conflitti etnici. La caduta di El-Fasher, del resto, non è stata solo una manovra strategica ma un evento di una brutalità inaudita, con fonti dell’esercito regolare che parlano di oltre duemila civili disarmati assassinati nel giro di pochi giorni.
Il silenzio e l'oblio internazionale
Mentre la mappa del potere in Sudan viene ridisegnata dalle armi, la tragedia che si consuma nel Darfur sembra scivolare in un cono d’ombra, lontana dai riflettori globali che si accendono su altre crisi. È un paradosso amaro, quello per cui una pulizia etnica che riporta alla memoria i peggiori incubi del passato riceve un’attenzione mediatica così flebile, quasi che le vite spezzate nelle strade di El-Fasher non meritino la stessa solidarietà urlata altrove. La popolazione civile, ridotta alla fame e stremata da un assedio senza fine, si trova ora a contare i propri morti in un vuoto di informazione e di azione internazionale.
Le conseguenze immediate per i civili
Con la conquista della città, le preoccupazioni si spostano immediatamente sul destino delle centinaia di migliaia di persone che vi erano intrappolate. La ritirata dell’esercito regolare, sebbene presentata come una scelta obbligata per salvare ciò che restava, ha lasciato la popolazione in balia dei paramilitari, senza alcuna protezione e con accesso agli aiuti umanitari completamente interrotto. Il martirio di una popolazione già provata da mesi di assedio e carestia entra così in una nuova, fosca fase, nella quale le atrocità e i crimini di guerra, piuttosto che cessare, rischiano di intensificarsi in un clima di totale impunità.




