L'oro supera i 5.600 dollari, poi la correzione. Per gli orafi è un bilancio in rosso

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L'oro, il bene rifugio per antonomasia, ha toccato nuovi vertici assoluti, arrivando a lambire, seppur per pochi minuti, i 5.625 dollari l'oncia in una cavalcata che nel solo corso del 2025 ha infranto per ben 53 volte i precedenti massimi. Una marcia trionfale, la cui impennata è stata alimentata da un mix esplosivo di fattori, tra cui le persistenti tensioni geopolitiche, l'accumulo di riserve da parte delle Banche centrali di molti paesi e una ricerca, sempre più spasmodica, di asset sicuri in uno scenario globale percepito come instabile. Non è stato, del resto, un fenomeno isolato, poiché anche altre materie prime, come l'argento e il platino, hanno beneficiato di questa "febbre", in un rally che molti analisti definiscono "da debasement trade", ossia una scommessa contro il deprezzamento della valuta fiat. L'impennata, tuttavia, non è stata lineare, subendo brusche oscillazioni che ne hanno messo in luce la volatilità intrinseca.

La brusca frenata dopo l'annuncio di Trump

Proprio quando sembrava che la corsa non potesse arrestarsi, con il superamento, seppur momentaneo, della soglia psicologica dei 5.500 dollari, una brusca correzione ha riportato le quotazioni a terra. Il prezzo spot è infatti crollato, attestandosi a 5.137,3 dollari l'oncia, con un calo del 3,41% in poche ore. Questo repentino cambio di rotta è arrivato in scia a due annunci specifici del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump: l'accordo raggiunto al Senato per scongiurare lo shutdown del governo federale e l'attesa, poi concretizzatasi, per la scelta del nuovo presidente della Federal Reserve. Notizie che, riducendo temporaneamente l'incertezza sui mercati finanziari, hanno alleggerito la pressione rialzista sull'asset protettivo per eccellenza, dimostrando come la sua quotazione reagisca in modo sensibile a qualsiasi segnale di stabilità politica ed economica.

Il contraccolpo sull'industria orafa italiana

Se per gli investitori si tratta di numeri su uno schermo, per il settore manifatturiero, e in particolare per l'artigianato orafo di alta gamma, l'impennata del metallo giallo si traduce in una sfida quotidiana e logorante. Imprese come la Daniela Vettori Arte Orafa, con sede nella Basilica palladiana, vivono ormai "alla giornata", costrette a rincorrere i listini della materia prima che mutano con una velocità tale da rendere impossibile qualsiasi pianificazione a medio termine. L'oro, da bene rifugio per i portafogli, sta diventando un bene di lusso sempre più proibitivo per la clientela finale, un fenomeno che costringe molti acquirenti a ripiegare sulla permuta di vecchi gioielli, pur di accedere a nuovi pezzi senza sostenere l'enorme esborso per il metallo nuovo. L'aumento dei costi di produzione, d'altro canto, non può essere interamente scaricato sul prezzo finale, rischiando di comprimere i già esigui margini di un settore fatto di maestranze e creatività.

Lo scenario macroeconomico di fondo

Al di là delle fluttuazioni giornaliere, il contesto che continua a sostenere il valore dell'oro rimane solido e preoccupante. Oltre alle già citate tensioni internazionali, che spingono gli stati ad aumentare le riserve auree, pesano come macigni il livello del debito pubblico nelle principali economie e le politiche monetarie espansive degli ultimi anni, fattori che erodono il valore percepito delle valute tradizionali. In un tale panorama, l'attrattiva del metallo prezioso, che non è una passività di nessuno e non può essere stampato a volontà, rimane intatta per una vasta gamma di attori, dai grandi fondi sovrani ai piccoli risparmiatori. La recente volatilità, quindi, non sembra segnare una inversione di tendenza strutturale, quanto piuttosto un assestamento all'interno di un trend rialzista di lungo periodo, destinato a condizionare i mercati e le economie reali ancora per molto tempo.

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