Ucraina, i colloqui in Florida e l’ombra dell’Iran: un morto nel Donetsk
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Redazione Esteri
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La macchina diplomatica, nonostante le tensioni internazionali e le cronache quotidiane di sangue, continua a girare su un doppio binario: da una parte, i tentativi di mediazione statunitense per fermare la guerra; dall’altra, l’inarrestabile violenza sul campo. Si sono conclusi in Florida, dopo due giornate, i colloqui tra le delegazioni di Kiev e Washington, un faccia a faccia che ha visto protagonisti l’inviato speciale di Donald Trump, Steve Witkoff, e il Segretario del Consiglio per la Sicurezza nazionale ucraina, Rustem Umerov. Witkoff, attraverso i social media, ha definito l’incontro “costruttivo”, sottolineando come si sia lavorato per ridurre le divergenze e gettare le basi per quello che si spera possa essere un accordo di pace duraturo. Un’assenza, quella dei russi, che pesa come un macigno: inizialmente previsti per un round negoziale ad Abu Dhabi, i rappresentanti del Cremlino non si sono presentati in Florida, lasciando intendere una complessa fase di stallo nei contatti trilaterali.
Sul fronte militare, però, la tregua è solo un’illusione. Nella regione di Donetsk, cuore pulsante del conflitto, un attacco con un drone russo nel villaggio di Maidan ha lasciato un bilancio drammatico e profondamente umano. Un uomo di 63 anni ha perso la vita, mentre quattro civili sono rimasti feriti; tra questi, un ragazzo di appena 15 anni. Secondo quanto ricostruito dalla Procura locale, riportato da testate come il Kyiv Independent, il velivolo senza pilota, un temibile Lancet, ha centrato un’area residenziale, causando non solo vittime ma anche ingenti danni materiali, con trentacinque abitazioni e altrettanti veicoli danneggiati dall’esplosione. Le ferite riportate dai sopravvissuti – trauma cranico, lesioni da scheggia e fratture – raccontano la brutalità di un impatto avvenuto in quello che, per i residenti, dovrebbe essere il focolare domestico.
L’esito dei colloqui in Florida, seppur definito positivo dagli sherpa americani, è stato accolto con un realismo carico di sfumature da Volodymyr Zelensky. Nel suo videomessaggio serale, il presidente ucraino ha ringraziato gli Stati Uniti per l’impegno profuso, ma non ha nascosto un certo rammarico per lo scenario geopolitico che si sta delineando. “È chiaro – ha dichiarato – che l’attenzione della parte americana è ora focalizzata principalmente sulla situazione che circonda l’Iran e sulla regione più ampia”. Un’ammissione che rivela le difficoltà di Kiev nel mantenere alta l’attenzione dell’amministrazione Trump, distolta dalle nuove fiamme di guerra mediorientali. Eppure, tra le macerie del villaggio di Maidan e le stanze dei negoziati in Florida, spunta un flebile segnale di umanità.
Zelensky ha infatti accennato alla possibilità di un imminente scambio di prigionieri di guerra, definendolo “una buona notizia” e la conferma che, nonostante tutto, la diplomazia – o forse meglio, la necessità umanitaria – sta continuando a funzionare. Non ci sono dettagli sui numeri o sui tempi, ma l’ipotesi di un nuovo scambio, in un contesto in cui i negoziati formali sono in pausa, rappresenta l’unico vero risultato concreto emerso da queste due giornate di lavoro. Il segretario Umerov, da parte sua, ha parlato di un progresso nel “processo”, senza entrare nel merito delle concessioni o dei punti di caduta del negoziato, limitandosi a registrare la volontà di continuare a lavorare per far progredire la roadmap verso la pace.
Un doppio fronte di crisi
La sensazione, al termine di questa settimana di crisi, è che il conflitto ucraino sia entrato in una fase di competizione nell’agenda internazionale. Le dichiarazioni di Zelensky non lasciano spazio a interpretazioni: la Casa Bianca ha gli occhi puntati sull’Iran, e questo inevitabilmente ripercuote i tempi e le modalità del supporto diplomatico a Kiev. Non si tratta di un abbandono, come chiarito dal presidente ucraino, ma di una ridistribuzione delle priorità che rischia di lasciare il conflitto nel Donbass in una sorta di “limbo” negoziale. La cronaca nera del villaggio di Maidan, con il suo bilancio di vittime civili e un adolescente ricoverato in ospedale, serve da crudele promemoria del fatto che, mentre i grandi della terra spostano la loro attenzione da un teatro all’altro, qui la guerra continua a mietere vittime.
Dal canto loro, gli Stati Uniti, rappresentati da Witkoff e da Jared Kushner, tentano di mantenere un ruolo di mediatori indispensabili, rivendicando i progressi compiuti nonostante l’assenza russa. L’ottimismo mostrato dall’inviato speciale sui social network contrasta però con la realtà degli sviluppi sul campo e con le parole di un presidente ucraino che, pur accogliendo con favore i negoziati, si vede costretto a chiedere pubblicamente di non essere dimenticato. I prossimi giorni diranno se l’apertura su uno scambio di prigionieri potrà fungere da volano per riavviare un dialogo più ampio o se rimarrà un episodio isolato, mentre i droni russi continuano a colpire gli insediamenti civili nel Donetsk.




