Auto cinesi, record di lanci e profitti in calo: la sfida dei costi e la nuova offensiva Ue sulle ibride plug-in
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Redazione Economia
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L'industria automobilistica cinese viaggia su due binari paralleli, per certi versi contraddittori, che ne delineano il momento attuale con una chiarezza che le statistiche, quando vengono lette senza filtri, sanno restituire in modo impietoso.
Da un lato, il ritmo di presentazione di nuovi modelli e aggiornamenti ha raggiunto livelli mai visti prima, tanto che nei primi sei mesi del 2026 sono stati contati 650 tra vetture completamente nuove e restyling di modelli esistenti, una media che supera abbondantemente il lancio di un'auto per ogni giorno lavorativo, con picchi di 180 novità assolute in appena centottanta giorni; dall'altro lato, però, i margini di profitto delle case costruttrici locali si stanno assottigliando in modo preoccupante, schiacciati tra l'aumento dei costi delle materie prime, la cronica scarsità di chip e una guerra dei prezzi interna che non accenna a placarsi, alimentata proprio dall'eccesso di offerta e dalla necessità di conquistare quote di mercato in un Paese che, paradossalmente, mostra i primi segnali di frenata nella domanda interna.
L'offensiva commerciale di Bruxelles si allarga alle ibride
Nel frattempo, sul fronte internazionale, l'Unione Europea sta preparando una nuova mossa che rischia di inasprire ulteriormente le tensioni commerciali con Pechino, già messe a dura prova dai dazi introdotti nel 2024 sulle auto elettriche prodotte in territorio cinese.
Secondo fonti vicine al dossier, Bruxelles starebbe ora studiando una strategia mirata a colpire anche le auto ibride plug-in di fabbricazione cinese, considerate il nuovo cavallo di Troia con cui i costruttori del Dragone stanno aggirando le barriere tariffarie esistenti e rafforzando la loro penetrazione nel mercato europeo, approfittando di una classificazione normativa che finora le ha tenute al riparo dalle misure restrittive più severe.
L'obiettivo dichiarato, che emerge dalle bozze di regolamento in circolazione, sarebbe quello di neutralizzare l'effetto distorsivo delle sovvenzioni pubbliche concesse da Pechino, le quali, secondo la Commissione Europea, permetterebbero ai produttori cinesi di applicare prezzi slealmente competitivi anche su questa categoria di veicoli, impedendo di fatto che le ibride ricaricabili si trasformino in una scorciatoia per eludere i dazi già in vigore sulle elettriche pure.
Numeri da record e margini in picchiata: il paradosso del mercato interno
A guardare i numeri, viene spontaneo chiedersi come sia possibile che un'industria capace di sfornare centinaia di nuovi modelli in sei mesi possa allo stesso tempo vedere i propri utili ridursi in modo così drastico, e la risposta va cercata nella dinamica perversa di un mercato interno che, pur rimanendo il più grande del mondo, sta mostrando un rallentamento della domanda che gli analisti definiscono strutturale.
La frenata, infatti, non è solo congiunturale e legata all'incertezza economica globale, ma riflette anche un cambiamento nelle abitudini dei consumatori cinesi, che dopo anni di acquisti compulsivi sembrano ora più cauti e orientati verso modelli di mobilità condivisa o verso l'usato di qualità, lasciando le concessionarie piene di vetture nuove invendute e costringendo i costruttori a praticare sconti sempre più aggressivi per smaltire le scorte.
In questo contesto, la guerra dei prezzi che si è scatenata tra i marchi locali, e che coinvolge ormai anche i player internazionali con stabilimenti in Cina, ha eroso gran parte dei margini operativi, rendendo ogni nuovo lancio non più un'occasione di profitto ma quasi un obbligo per non perdere visibilità e posizionamento in una classifica che si aggiorna quotidianamente e che premia solo chi è capace di innovare a costi sempre più bassi.
La crisi dei chip e l'aumento dei costi produttivi
A complicare ulteriormente il quadro, poi, si aggiunge la persistente crisi globale dei semiconduttori, che pur non essendo più emergenziale come nel biennio precedente continua a tenere sotto scacco l'intera filiera automobilistica, con ripercussioni particolarmente dure per le case cinesi che hanno puntato tutto su elettronica di bordo e sistemi di assistenza alla guida sempre più sofisticati.
La carenza di chip, unita all'impennata dei prezzi dell'acciaio e del litio, ha fatto lievitare i costi di produzione in misura tale che molti modelli, pur vendendo in volumi ragguardevoli, generano ormai margini negativi, una situazione insostenibile che sta spingendo i costruttori a rivedere le proprie strategie di approvvigionamento e a investire in filiere più corte e controllate direttamente, ma i frutti di questi investimenti richiederanno tempo prima di tradursi in un effettivo contenimento dei costi.
Nel frattempo, la competizione si fa sempre più spietata e gli operatori più piccoli, quelli che non hanno le spalle coperte da grandi gruppi statali o da partnership con colossi tecnologici, rischiano di essere spazzati via da un tornado che non lascia scampo, mentre i giganti del settore, come la BYD o la Geely, continuano a macinare record di vendite all'estero per compensare le magre performance del mercato domestico.
Le statistiche raccontano una verità scomoda
Usando le statistiche e collegandole tra loro, insomma, ne esce un ritratto oggettivo che non capita di leggere sui media specializzati, soprattutto perché severo e privo di quella retorica trionfalistica che spesso accompagna le notizie sull'ascesa dell'auto cinese; i 650 lanci del primo semestre, infatti, non sono un primato da celebrare ma il sintomo di un'industria che sta producendo a ritmi forsennati per non perdere il passo, consapevole che chi si ferma è perduto ma allo stesso tempo incapace di trasformare l'innovazione in redditività.
La sfida, adesso, è tutta nella capacità di razionalizzare l'offerta e di concentrare le risorse su quei modelli che possono davvero fare la differenza nei mercati esteri, a cominciare dall'Europa dove le barriere commerciali si stanno alzando e dove le ibride plug-in, proprio quelle che Bruxelles intende colpire, rappresentano al momento il segmento più promettente per i costruttori cinesi, che ci hanno scommesso una fetta importante del loro futuro.
L'evoluzione della partita, con ogni probabilità, si giocherà nei prossimi mesi, quando le nuove misure dell'Unione Europea prenderanno forma e quando i bilanci semestrali delle case cinesi riveleranno senza sconti chi è riuscito a resistere alla tempesta e chi invece è già stato travolto dalla congiuntura più avversa che l'industria automobilistica del Dragone abbia mai affrontato dalla sua esplosione.




