Eni archivia il 2025 con utili in crescita e debito ai minimi storici, trainata dall’upstream
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Redazione Economia
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Il consiglio di amministrazione di Eni, riunitosi sotto la presidenza di Giuseppe Zafarana, ha dato il via libera ai risultati consolidati dell’esercizio 2025, e ciò che emerge è la fotografia di un gruppo capace di performare oltre le attese nonostante un contesto di prezzi del greggio in flessione. La relazione, seppure non sottoposta a revisione contabile, delinea un quadro di solidità strutturale che abbraccia sia i tradizionali business degli idrocarburi sia le nuove scommesse legate alla transizione energetica. Nell’ultimo trimestre dell’anno, l’utile netto adjusted ha fatto segnare un balzo del trentacinque per cento, attestandosi a 1,19 miliardi di euro, un risultato che trae linfa vitale da una produzione di idrocarburi cresciuta del sette per cento nel solo periodo ottobre-dicembre, toccando quota 1,84 milioni di barili equivalenti al giorno.
A sostenere questa performance, che ha superato le stesse guidance della società, è stata in particolare la divisione Exploration & Production, cuore pulsante del Cane a sei zampe, che ha beneficiato dell’avvio di sei nuovi progetti di rilievo in aree strategiche come l’Angola, l’Indonesia, la Norvegia e il Congo. Si tratta di un'accelerazione che ha permesso di compensare ampiamente la volatilità del barile, il cui prezzo medio si è attestato sotto i settanta dollari, undici in meno rispetto all’anno precedente. L’amministratore delegato Claudio Descalzi ha sottolineato come l’esecuzione della strategia, costruita e affinata negli ultimi anni, abbia consentito al gruppo di combinare crescita della produzione e riduzione degli investimenti, un equilibrio tutt’altro scontato in questo scenario.
Flussi di cassa robusti e ritorno agli azionisti: la leva finanziaria si ridisegna
Oltre ai numeri della produzione, ciò che colpisce analizzando il consuntivo è la straordinaria capacità di generazione di cassa, un elemento che ha permesso a Eni di procedere a una significativa riduzione dell’indebitamento netto. Il debito, infatti, è sceso a 9,39 miliardi, segnando un calo del ventitré per cento su base annua e portando il rapporto di leva finanziaria (gearing) a un livello storicamente contenuto, attestato intorno al quattordici per cento. Questo alleggerimento del bilancio non ha frenato, anzi ha accompagnato, una politica di remunerazione degli azionisti divenuta più generosa: il programma di buyback è stato incrementato del venti per cento rispetto ai piani iniziali, per un valore complessivo che ha raggiunto 1,8 miliardi di euro, una mossa che testimonia la fiducia del management nella solidità dei flussi futuri.
Parallelamente, il gruppo ha confermato la distribuzione del dividendo, articolato in quattro tranche annuali, con un importo complessivo che si attesta a 1,05 euro per azione. La terza tranche, di 0,26 euro, è stata deliberata per il pagamento a marzo, con data di stacco della cedola fissata al 23 del mese. In questo quadro, l’utile operativo proforma adjusted del trimestre ha raggiunto i 2,86 miliardi, in crescita del sei per cento, mentre il flusso di cassa operativo dell’intero anno ha sfiorato i 12,5 miliardi, superando le previsioni che erano state riviste al rialzo nel corso dell’anno per tenere conto di uno scenario via via più sfidante.
Scoperte record e sostituzione delle riserve: la scommessa sull’esplorazione paga
Un capitolo a sé, nei documenti approvati dal cda, merita l’attività esplorativa, che nel 2025 ha permesso di mettere a segno risultati definiti ai vertici dell’industria di settore. Il tasso di rimpiazzo organico delle riserve ha raggiunto il centosessantasette per cento, un dato che significa non solo aver compensato il consumo di risorse legato alla produzione, ma averlo ampiamente superato, gettando le basi per lo sviluppo futuro. Le risorse scoperte nell’anno ammontano a oltre 900 milioni di barili di idrocarburi, un risultato reso possibile da un costo medio delle scoperte estremamente contenuto, attorno a un dollaro per barile. Tra queste, spicca la scoperta a gas Konta, nel bacino di Kutei, il cui potenziale minerario è stimato in oltre mille miliardi di piedi cubi.
Questa capacità di rinnovare il portafoglio riserve, frutto di un modello esplorativo che punta su operazioni ad alto potenziale e rapida messa in produzione, rappresenta un pilastro della strategia illustrata da Descalzi. Non si tratta solo di quantità, ma di qualità della cassa generata da questi asset, che contribuiscono a rendere il gruppo meno vulnerabile alle oscillazioni del prezzo del greggio. La produzione annua complessiva è salita del quattro per cento, a 1,73 milioni di barili equivalenti al giorno, una crescita che nel quarto trimestre ha visto un’impennata particolarmente marcata, superando le stesse aspettative della società.
La transizione corre su Plenitude e Enilive: rinnovabili e biocarburanti in forte espansione
Mentre il core business tradizionale continuava a macinare record, le cosiddette società satellite hanno mostrato una crescita notevole, contribuendo in modo sempre più significativo alla diversificazione del gruppo. Plenitude, la controllata che integra rinnovabili e vendita di energia, ha visto la propria capacità installata balzare del quarantuno per cento, raggiungendo 5,8 gigawatt a fine anno. Un incremento che, seppur in un mercato delle rinnovabili non privo di difficoltà, ha permesso di consolidare il modello integrato, attirando l’interesse di investitori istituzionali e fondi di private equity, che hanno complessivamente valutato le attività di Plenitude e Enilive per oltre 23 miliardi in termini di enterprise value.
Sul fronte dei biocarburanti, Enilive ha lavorato 1,16 milioni di tonnellate, segnando un progresso del quattro per cento e confermando il ruolo di secondo produttore in Europa di HVO, il diesel di origine biologica. La crescita del settore, trainata anche dal +70% registrato in alcuni segmenti, è destinata ad accelerare ulteriormente con i piani di riconversione delle raffinerie tradizionali, come quelle di Priolo e Sannazzaro, dove sono state avviate le procedure per la trasformazione in bioraffinerie. Questi impianti, una volta a regime, saranno in grado di produrre fino a 550mila tonnellate annue di biocarburanti, con un’ampia flessibilità per la produzione di Saf, il carburante sostenibile per l’aviazione, un mercato dal potenziale enorme. L’integrazione di questi business, che spaziano dalla chimica verde alla produzione elettrica da fonti rinnovabili, sta così ridisegnando il profilo di un gruppo che, pur restando ancorato all’upstream tradizionale, punta con decisione a conquistare posizioni di leadership nell’energia del futuro.




