Giallo di Pietracatella, gli inquirenti: "Sappiamo chi ha ucciso Antonella e Sara, ma servono le prove scientifiche"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   A distanza di oltre sei mesi dalla tragedia che ha sconvolto il piccolo centro molisano di Pietracatella, le indagini sulla morte di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia Sara Di Vita, 15 anni, sarebbero finalmente giunte a un punto di svolta. Le due donne, scomparse dopo aver ingerito una dose letale di ricina tra il 23 e il 24 dicembre 2025, sarebbero state uccise da un assassino che gli inquirenti avrebbero ormai individuato.

Secondo quanto emerso nel corso della puntata di Morning News di lunedì 13 luglio, gli investigatori della Questura di Campobasso avrebbero nel mirino quattro persone, ma sarebbero in attesa dei riscontri scientifici definitivi per poter formalizzare l'iscrizione nel registro degli indagati e scongiurare il rischio di un processo basato su prove fragili, come già accaduto in altri celebri casi di cronaca.

Il cerchio si stringe: quattro persone nel mirino degli investigatori

L'inviato di Morning News, Vincenzo Rubano, ha riferito che il pomeriggio di domenica 12 luglio sono state convocate tre persone, legate alla famiglia, per essere ascoltate in Questura. A queste si aggiungerebbe un quarto individuo, un uomo con competenze specifiche che avrebbe potuto estrarre la ricina dalla pianta del ricino, la cui presenza è stata accertata anche nei pressi del lago di Occhito, non lontano da Pietracatella.

"Noi sappiamo chi ha ucciso Antonella e Sara e sappiamo il perché, ma abbiamo bisogno di prove scientifiche", avrebbe confidato una fonte investigativa alla redazione del programma condotto da Dario Maltese. Una dichiarazione che lascia intendere come gli inquirenti siano in possesso di un quadro indiziario consistente, ma che necessitano di un riscontro tecnico inoppugnabile per evitare che l'inchiesta si trasformi in un "Garlasco bis".

Le indagini tra movente e accertamenti scientifici: il ruolo del Robert Koch Institut

Al centro dell'attenzione degli inquirenti c'è la ricostruzione del movente, che sembrerebbe affondare le radici nella sfera personale e familiare delle vittime. Le indagini si stanno concentrando sulla cerchia ristretta di amici e parenti, tanto che un'amica di famiglia è già stata denunciata per favoreggiamento con l'accusa di aver mentito sulla natura dei rapporti tra i coniugi. Inoltre, dalle chat di Antonella Di Ielsi sarebbe emersa la sua intenzione di separarsi dal marito Gianni Di Vita, un elemento che gli investigatori stanno valutando con attenzione.

Parallelamente, gli inquirenti attendono con ansia i risultati delle analisi del Robert Koch Institut di Berlino, a cui sono stati affidati campioni biologici e alimenti sequestrati, per determinare con certezza l'origine della tossina e avvalorare l'ipotesi che si tratti di un veleno estratto artigianalmente dai semi di ricino. La perizia autoptica, un fascicolo di circa 900 pagine già depositato in Procura, ha confermato la morte per avvelenamento da ricina, ma gli investigatori sono alla ricerca del cosiddetto "colpo di scena" scientifico che possa incastrare definitivamente il colpevole.

Le convocazioni e le nuove ispezioni a Pietracatella

Il quadro investigativo si è ulteriormente arricchito nelle ultime ore con nuove convocazioni e sopralluoghi. Oltre alle tre persone già citate, gli inquirenti hanno sentito nuovamente come testimone don Salvatore Fracassi, parroco di Pietracatella e punto di riferimento per Antonella, che era catechista in parrocchia. Il religioso, che aveva già incontrato gli investigatori a maggio, sembra aver fornito elementi utili per ricostruire lo stato d'animo e le confidenze della donna prima della sua morte.

Nel pomeriggio di sabato 11 luglio, inoltre, è stata effettuata una nuova ispezione presso l'abitazione di Pietracatella, a dimostrazione che gli investigatori stanno battendo a tappeto ogni pista per raccogliere quegli elementi di prova che ancora mancano per chiudere il cerchio.

La pista della ricina artigianale e il silenzio degli inquirenti

A tenere banco, oltre alle convocazioni, è l'ipotesi che la ricina utilizzata per l'avvelenamento non sia stata acquistata sul dark web, ma sia stata prodotta artigianalmente utilizzando i semi della pianta di ricino, che cresce spontaneamente nella zona del lago di Occhito. Una circostanza che spiegherebbe il coinvolgimento di quel quarto uomo, dotato delle competenze tecniche necessarie per l'estrazione del veleno.

Il sindaco di Macchia Valfortore, Gianfranco Paolucci, ha confermato che la pianta è presente sul territorio e viene talvolta utilizzata dagli agricoltori per tenere lontane le talpe.

In attesa di sviluppi, gli inquirenti mantengono il massimo riserbo, consapevoli che ogni passo falso potrebbe compromettere un'indagine che sembra ormai a un bivio: da un lato la certezza di aver individuato il colpevole, dall'altro la necessità impellente di trasformare i sospetti in prove scientifiche inconfutabili per garantire che la giustizia possa fare il suo corso, senza che il caso di Pietracatella diventi un nuovo, doloroso cold case.

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