Il giallo di Pietracatella e il cerchio che si stringe intorno alla famiglia Di Vita

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Nel dedalo investigativo che avvolge la morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, il cerchio degli inquirenti sembra restringersi progressivamente intorno alle dinamiche familiari, sebbene il fascicolo resti formalmente aperto contro ignoti. A gettare ulteriore luce sulle zone d’ombra del cosiddetto “giallo di Campobasso” ci pensano gli ultimi sviluppi giudiziari, emersi nel corso della trasmissione “Quarto Grado”, dove si è appreso che Gianni Di Vita, padre e marito delle vittime, è risultato negativo alla ricina dopo i nuovi accertamenti tossicologici; una conferma, quest’ultima, che rischia di allontanare i sospetti sull’uomo ma che, paradossalmente, rende ancora più incomprensibile la dinamica dell’avvelenamento che ha strappato alla vita la cinquantenne e l’adolescente di quindici anni.

La strategia investigativa, ormai da settimane, si concentra sull’analisi delle testimonianze raccolte dalla Squadra Mobile, con un’attenzione maniacale ai dettagli delle dichiarazioni rese dai sopravvissuti. La notizia più rilevante delle ultime ore riguarda il secondo interrogatorio di Laura Di Vita, la cugina del capofamiglia, la quale è stata nuovamente convocata in Questura per essere sentita come persona informata sui fatti. L’insegnante di sostegno, che vive esattamente di fronte all’abitazione dei Di Vita a Pietracatella (dove si ipotizza sia avvenuta l’assunzione del veleno), ha subito un estenuante esame di quasi quattro ore. È da lei, infatti, che Gianni e la figlia maggiore Alice si sono trasferiti subito dopo la tragedia, trovando rifugio in quella che per la ragazza rappresenta ormai una “seconda mamma”; un legame, questo, che ha inevitabilmente attirato l’attenzione degli investigatori, desiderosi di verificare la versione fornita dall’uomo riguardo ai pranzi e alle cene del fatidico 23 dicembre.

La serata del 23 dicembre e i vuoti di memoria

A fungere da spartiacque nelle indagini è proprio la serata del 23 dicembre, quella che gli inquirenti considerano la più probabile data di somministrazione della ricina. Sebbene le vittime abbiano iniziato a manifestare i sintomi acuti solo dopo il pranzo di Natale, i riscontri tossicologici suggeriscono che l’ingestione del veleno sia avvenuta in quella specifica finestra temporale, quando in casa erano presenti solo Antonella, Sara e Gianni. Ed è proprio su quanto accadde quella sera che le versioni dei familiari iniziano a mostrare crepe e incongruenze. L’uomo ha dichiarato di non ricordare con esattezza cosa fu consumato a tavola, mentre le indagini hanno accertato che la figlia Alice – scampata al massacro – si trovava fuori a cena con amici. La testimonianza della cugina Laura, in questo contesto, diventa cruciale: agli inquirenti che le chiedevano se fosse presente a cena quella sera, la donna ha risposto negativamente, così come Gianni ha confermato la sua assenza. Un’alibi, il loro, che appare forse troppo sincronizzato per non destare sospetti, tanto che gli agenti hanno già proceduto a sentire cinque compaesani, tutti convocati come testimoni per cercare di ricostruire i frammenti di quella vigilia di Natale.

Un puzzle di quaranta testimonianze

Non si contano più, ormai, le persone finite sotto la lente degli investigatori: siamo oltre quaranta, tra parenti, amici e conoscenti, che hanno varcato la soglia della Questura da quando il fascicolo è stato riaperto con l’accusa di “duplice omicidio premeditato”. La mole di informazioni raccolte, lungi dal fornire un quadro chiaro, ha piuttosto alimentato la nebulosa di mistero che avvolge la vicenda, soprattutto per quanto riguarda le modalità con cui la ricina – un veleno potentissimo e di difficile estrazione – possa essere finita nel cibo. Gli investigatori stanno vagliando ogni minimo frammento di conversazione, comprese le parole che sarebbero state intercettate in sala d’attesa, in un crescendo di tensione che ha visto protagonisti proprio Gianni, Alice e la cugina Laura. Le loro versioni, apparentemente coincidenti, sono state setacciate alla ricerca di quelle piccole discordanze che, in casi come questo, spesso si rivelano decisive per risolvere l’enigma. Non c’è, al momento, alcuna certezza processuale, ma l’attenzione dei pm sembra essersi fissata su un perimetro ben definito, all’interno del quale le parole – e i silenzi – dei protagonisti pesano come macigni.

L’attesa per gli esami istologici

Mentre il cerchio si stringe, il tempo scorre inesorabile verso le prossime scadenze tecniche che potrebbero fornire una svolta definitiva al caso. I legali delle parti attendono con ansia la relazione definitiva del Centro Antiveleni di Pavia, anche se le anticipazioni informali sembrano ormai aver consolidato la certezza della presenza della tossina nei corpi di madre e figlia. Il prossimo banco di prova sarà rappresentato dall’esame dei vetrini istologici, previsto per il 29 aprile a Bari, dove i consulenti tecnici potranno finalmente visionare i campioni dei tessuti prelevati durante le autopsie. Un passaggio obbligato, questo, che si preannuncia carico di tensione, in particolare per la difesa di Gianni Di Vita, che ha già nominato un tossicologo di fiducia. L’unica superstite della famiglia, Alice, resta avvolta in un alone di silenzio, mentre gli inquirenti continuano a setacciare il passato delle vittime e i loro rapporti professionali, alla disperata ricerca di un movente che riesca a dare un senso logico a una vicenda che, al momento, appare come un rompicapo senza soluzione.

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