Il cerchio si stringe sulla famiglia nel giallo di Pietracatella: la cugina sotto torchio per quattro ore

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Redazione Interno Redazione Interno   -   A distanza di mesi dalla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, le cui esequie sono state segnate dal sospetto di un’intossicazione alimentare poi rivelatasi una trappola mortale a base di ricina, il fascicolo della procura di Larino continua ad alimentare un alone di mistero fitto e impenetrabile. Se da un lato gli investigatori della squadra mobile di Campobasso hanno potuto ufficialmente archiviare la posizione del padre e marito Gianni Di Vita – risultato negativo ai test sulla tossina dopo i nuovi accertamenti del centro antiveleni di Pavia, i quali hanno confermato la presenza del veleno solo nei corpi delle due vittime – dall’altro l’attenzione si è spostata in modo sempre più insistente sulla ristretta cerchia parentale che gravitava attorno al nucleo familiare.

Laura Di Vita, una presenza costante sotto la lente d’ingrandimento

Laura Di Vita, cugina di Gianni e insegnante di sostegno di quarant’anni, è stata sottoposta nei giorni scorsi a un secondo interrogatorio fiume, durato più di quattro ore, negli uffici della questura. La donna, che non solo risiede di fronte all’abitazione delle vittime a Pietracatella ma che dopo il sequestro della casa ha aperto le porte della propria abitazione ai sopravvissuti Gianni e alla figlia maggiore Alice, rappresenta ormai un tassello centrale nel mosaico investigativo. Gli inquirenti stanno cercando di vagliare la coerenza delle sue dichiarazioni, in particolare quelle relative alla sera del 23 dicembre, quando – stando alle prime ricostruzioni – sarebbero state ingerite le cozze, i salumi e la giardiniera incriminati; in quell’occasione la cugina ha negato recisamente di trovarsi a cena con il parente, una versione che al momento trova riscontro anche nel racconto dello stesso Gianni Di Vita, il quale sostiene di aver consumato l’ultimo pasto letale in compagnia della sola moglie e della figlia minore.

Le intercettazioni in questura e lo stillicidio di interrogatori

Quel che rende il quadro ancora più complesso è la metodologia investigativa adottata dalla procura, la quale – in assenza di indagati formali e mantenendo il fascicolo aperto contro ignoti – ha deciso di giocarsi la carta delle conversazioni captate nelle sale d’ascolto, una prassi consolidata in inchieste di questo calibro che mira a cogliere eventuali contraddizioni o sospiri di sollievo tra i presenti. Secondo le ultime indiscrezioni riprese anche da programmi come “Quarto Grado”, il padre Gianni e la figlia Alice sarebbero stati sentiti a lungo mercoledì scorso, e proprio nell’attesa che l’uomo finisse di rendere le proprie sommarie informazioni, Laura Di Vita sarebbe stata “accompagnata” in un’altra stanza dove i poliziotti avrebbero potuto osservare i suoi comportamenti e registrare i suoi discorsi. Nel frattempo, il numero delle persone ascoltate – tra compaesani, conoscenti e amici delle figlie – ha ormai superato quota quaranta, un segnale chiaro che gli inquirenti stanno battendo a tappeto ogni possibile pista senza lasciare spazio a dettagli non verificati.

Il rebus della tossina e i dubbi sulla necrosi

Non mancano, sullo sfondo, le perplessità tecniche legate alla stessa presenza della ricina; sebbene le analisi tossicologiche abbiano dato esito positivo per madre e figlia, alcuni esperti intervenuti nelle trasmissioni di approfondimento hanno sollevato dubbi sulla mancata necrosi dei tessuti, una conseguenza fisiologica che ci si aspetterebbe da un avvelenamento di questo tipo e che invece, almeno in parte, sembrerebbe non essersi verificata. Per fugare ogni dubbio, i periti hanno tempo fino a fine aprile per completare le analisi istologiche, in attesa della consegna della relazione definitiva del consulente medico legale.

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