Il giallo di Pietracatella si infittisce: dubbi sulla ricina e l’avvocato del padre rinuncia all’incarico

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Nel dramma consumatosi tra le mura domestiche di Pietracatella, dove Antonella Di Ielsi e la figlia Sara Di Vita hanno perso la vita a distanza di poche ore durante le festività natalizie, il quadro investigativo si complica ulteriormente. Ciò che inizialmente appariva come una fatale intossicazione alimentare – un’ipotesi supportata dai sintomi gastrointestinali che avevano colpito le due donne – ha progressivamente lasciato spazio a uno scenario ben più inquietante, ovvero quello di un duplice omicidio premeditato. Eppure, mentre la Procura di Larino e la Squadra Mobile di Campobasso procedono a ritmo serrato con gli interrogatori, emergono elementi di dissonanza che rendono la verità ancora più sfuggente.

Il nodo tossicologico e la necrosi incompleta

Al centro delle attuali perplessità vi sono i risultati preliminari degli esami autoptici. Da un lato, le analisi tossicologiche eseguite dal Centro antiveleni di Pavia – successivamente verificate anche in strutture estere – hanno rilevato tracce di ricina nel sangue delle vittime, una tossina potentissima derivante dai semi di ricino, la cui letalità è nota anche in minime quantità. Dall’altro lato, però, gli accertamenti medico-legali avrebbero restituito un’immagine non del tutto allineata con gli effetti devastanti di questo veleno. La ricina, come spiegano i manuali, dovrebbe provocare una necrosi massiva dei tessuti, bloccando la sintesi proteica delle cellule; ebbene, nel di Antonella e Sara questo fenomeno si sarebbe verificato solo in modo parziale. Fonti vicine all’inchiesta riferiscono che il danno osservato potrebbe addirittura ricordare più gli esiti di una violenta pancreatite che l’azione tipica della tossina, un’anomalia che alcuni esperti ascoltati dagli inquirenti hanno definito “non univoca”. Questa discrepanza, sebbene non escluda affatto l’ipotesi del veleno, impone agli investigatori un supplemento di prudenza: la diagnosi di avvelenamento da ricina è estremamente complessa e, in assenza di una “firma” tossicologica inoppugnabile, ogni certezza resta sospesa in attesa dei referti definitivi attesi per la fine del mese.

Il cambio di fronte nella difesa di Gianni Di Vita

A complicare ulteriormente il quadro, sul fronte legale è arrivato un colpo di scena che ha fatto discutere. Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara – nonché unico superstite del nucleo familiare ristretto ad aver accusato malori nei giorni successivi al decesso – ha improvvisamente perso il suo storico difensore. L’avvocato Arturo Messere, noto penalista molisano con un lungo curriculum alle spalle, ha rinunciato all’incarico comunicando la decisione con una formula generica legata a “motivi contingenti”. La rottura, stando a quanto trapela dagli ambienti giudiziari, sarebbe stata tutt’altro che indolore: lo stesso Messere, interpellato sulla vicenda, avrebbe ribattuto con una certa acrimonia, dichiarando di essere “un uomo, non un quaquaraquà”, lasciando intendere un disaccordo di fondo sulla strategia difensiva o sulla gestione del rapporto professionale. Nelle ore immediatamente successive, la poltrona del legale è stata prontamente occupata dall’avvocato Vittorino Facciolla, figura di spicco del Partito Democratico in Molise nonché vecchia conoscenza di Di Vita, condivisa ai tempi della militanza politica quando l’ex sindaco di Pietracatella ricopriva il ruolo di tesoriere regionale. Quest’ultimo ha subito specificato che il suo assistito risulta ancora iscritto nel registro delle persone informate sui fatti e non tra gli indagati, cercando di placare le voci di un presunto aggravamento della posizione del padre delle vittime.

Interrogatori e la versione dei “non ricordo”

Mentre il fronte legale si riassetta, il lavoro degli inquirenti non si ferma un istante. Sono già state ascoltate oltre trenta persone, tra parenti, amici e conoscenti, nel tentativo di ricostruire minuziosamente i movimenti della famiglia nei giorni cruciali compresi tra il 23 e il 25 dicembre. La serata del 23 dicembre, in particolare, è finita sotto la lente d’ingrandimento: quella sera in casa erano presenti le due vittime e Gianni Di Vita, mentre l’altra figlia, Alice, era fuori con amici. È proprio in questa circostanza che si ipotizza l’assunzione della sostanza letale. Eppure, durante gli interrogatori, lo stesso Gianni Di Vita avrebbe offerto una versione farraginosa degli eventi. Fonti investigative informali riferiscono di una ridda di “non ricordo” in risposta alle domande sui cibi consumati e sulle dinamiche di quella cena. Un dettaglio che stride non poco con la gravità della situazione, tanto più se si considera che la prima ipotesi formulata dai medici, prima della scoperta della ricina, era proprio quella di una banale tossinfezione alimentare. Anche la figlia Alice, che non ha accusato sintomi perché assente al pasto “incriminato”, è stata sentita per ore, così come una cugina che attualmente ospita i superstiti.

La posizione del padre e le verifiche in corso

Resta, sullo sfondo, l’interrogativo che assilla gli investigatori: se la ricina era nel cibo, perché Gianni Di Vita si è salvato? L’uomo ha effettivamente accusato dei malesseri nei giorni successivi – tanto da essere ricoverato per precauzione allo Spallanzani di Roma – ma le analisi condotte sul suo sangue non avrebbero dato esito positivo alla ricerca della tossina. Questo dato, se da un lato potrebbe suggerire una quantità di veleno inferiore o una diversa esposizione, dall’altro alimenta i dubbi degli inquirenti. Nei prossimi giorni, la polizia scientifica tornerà nell’abitazione di via Risorgimento, ancora sotto sequestro, per effettuare nuovi sopralluoghi alla ricerca di tracce del veleno, mentre si attendono gli esiti definitivi delle analisi comparative anche sui campioni biologici dell’uomo. Zio delle vittime, sentito in una delle ultime trasmissioni dedicate al caso, ha provato a gettare acqua sul fuoco delle speculazioni familiari, dichiarando a chiare lettere: “Mio cognato e mia nipote non farebbero mai del male”. Un’affermazione che, nell’economia di un’indagine ancora contro ignoti, rappresenta solo la voce di un dolore privato che si scontra con il silenzio gelido delle prove scientifiche, ancora in attesa di parlare.

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