Ricina, il giallo di Pietracatella si stringe intorno a “questioni di famiglia”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   È trascorso poco più di un mese da quando l’autopsia ha definitivamente scardinato l’ipotesi della tossinfezione alimentare, eppure il cerchio tracciato dagli inquirenti attorno al duplice omicidio di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita – morte a distanza di poche ore l’una dall’altra tra il 27 e il 28 dicembre scorsi nella loro abitazione a Pietracatella – sembra essersi improvvisamente ristretto. La procura di Larino, che coordina le indagini della squadra mobile di Campobasso, ha iniziato a delineare un perimetro investigativo molto netto: il movente, secondo quanto emerge dalle fonti ufficiali, affonderebbe le radici in attriti e tensioni maturati all’interno della cerchia familiare delle vittime. Una direzione, questa, che diventa sempre più percorribile alla luce delle oltre cento testimonianze raccolte in questi mesi e, soprattutto, della decisione di convocare per la quarta volta Laura Di Vita, la cugina di Gianni Di Vita (il marito e padre delle due donne rimaste uccise).

Il ritorno della cugina e il peso delle incongruenze

Se inizialmente la scoperta della ricina, la potentissima tossina vegetale ricavata dai semi del ricino, aveva riportato alla mente il precedente del 2019 a Bra (quando quattro giovani di estrema destra erano finiti nei guai per un progetto di omicidio), il caso molisano ha preso una piega molto più domestica e, per questo, raccapricciante. Laura Di Vita, insegnante di sostegno di 40 anni che dopo la tragedia ha ospitato Gianni e la figlia sopravvissuta Alice (dato che la casa di via Risorgimento è sotto sequestro), è finita al centro del mirino non tanto per un’accusa formale – al momento non ci sono indagati – quanto per una serie di “incongruenze” emerse nel confronto con altre deposizioni.

La donna, che le ragazze chiamavano affettuosamente “zia”, ha già subito tre interrogatori: il primo nei giorni immediatamente successivi ai decessi, poi l’8 aprile e infine il 17 aprile. Ora gli inquirenti, guidati dalla procuratrice Elvira Antonelli e dal capo della Mobile Marco Graziano, vogliono risentirla alla presenza della stessa procuratrice, un segnale che la verità cercata si giochi su dettagli minuti, forse legati a quelle famose “questioni di famiglia” che rappresentano la pista più accreditata.

La cena di Natale, i router e l’assenza di Alice

L’ago della bilancia investigativa continua a pendere sulla ricostruzione degli eventi compresi tra il 23 e il 26 dicembre, la finestra temporale in cui madre e figlia avrebbero ingerito la dose letale di veleno. Gli investigatori stanno passando al setaccio i dispositivi elettronici sequestrati il 4 maggio scorso, che includono non solo i cellulari e un pc, ma anche due router domestici. L’analisi dei log di connessione a questi ultimi, spiegano gli esperti, potrebbe rivelare quali dispositivi fossero collegati alla rete wifi di casa in quei giorni cruciali, tradendo magari la presenza di qualcuno non del tutto trasparente nei racconti finora resi.

Un dettaglio che continua a ossessionare gli inquirenti è la posizione di Alice, la figlia maggiore diciannovenne della coppia, scampata al massacro probabilmente perché assente durante la cena del 23 dicembre – ritenuta quella “incriminata” – e risultata negativa alla tossina. Mentre la madre cinquantenne e la quindicenne morivano, Alice era fuori a mangiare una pizza con amici; un’assenza che ha contribuito a restringere il campo d’azione degli autori, i quali dovevano sapere che in quel frangente la ragazza non ci sarebbe stata. Le analisi del centro antiveleni Maugeri di Pavia hanno ormai confermato la compatibilità scientifica dei decessi con un’intossicazione acuta da ricina, anche se per l’accusa di omicidio volontario si procede ancora contro ignoti, nonostante le attenzioni della procura si concentrino su una ristretta cerchia di cinque persone.

Il silenzio del padre e la rimozione dei medici

Mentre la procura disponeva il nuovo interrogatorio per la cugina, Gianni Di Vita – che già era stato sentito per ore come persona informata sui fatti – continua a escludere, tramite i suoi legali (l’avvocato Vittorino Facciolla, subentrato a un precedente difensore), l’esistenza di screzi o motivi di risentimento all’interno del nucleo. Una posizione, la sua, che gli inquirenti osservano con la lente del contraddittorio, specialmente alla luce del fatto che la parte della famiglia rimasta a Pietracatella sembra orientata a sostenere la tesi dell’incidente, mentre i parenti che vivono fuori regione (tra cui il fratello Antonio) avrebbero fornito elementi più critici.

Parallelamente agli sviluppi sulla matrice familiare, prosegue il binario giudiziario parallelo per omicidio colposo, che vede iscritti nel registro degli indagati cinque medici dell’ospedale Cardarelli di Campobasso. I sanitari, infatti, avevano inizialmente classificato il malore che colpì madre e figlia come una gastroenterite, rimandandole a casa senza i dovuti accertamenti, permettendo così al veleno – se di avvelenamento si tratta – di fare il suo corso. La verità, in queste ore di attesa prima del quarto interrogatorio, sembra nascosta nei dettagli delle relazioni familiari e nei frammenti di conversazioni digitali che i tecnici della polizia scientifica stanno cercando di ricomporre.

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