Il giallo della ricina a Campobasso, il primario: «Perché quel cuore non ripartiva?»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sono dettagli clinici, quelli che sfuggono al clamore delle cronache, a tracciare il solco più profondo in una vicenda di morte. Nel silenzio della Rianimazione, mentre i monitor segnalavano il collasso inesorabile di una ragazza di soli quindici anni, il dottor Vincenzo Cuzzone – direttore del reparto all’ospedale Cardarelli di Campobasso – ricorda di essersi trovato davanti a un’anomalia che non trovava spiegazione nei manuali. «Mi chiedevo: “Perché il cuore non riparte?”», ha confessato il medico ripercorrendo i drammatici tentativi di salvare Sara Di Vita, la quindicenne di Pietracatella deceduta il 27 dicembre. Quel cuore non ha mai ripreso a battere, nonostante le manovre intensive; un'insufficienza multiorgano fulminea che, poche ore più tardi, avrebbe portato via anche la madre, Antonella Di Ielsi, cinquant’anni.

La diagnosi impossibile e il veleno senza antidoto

L’intuizione che si trattasse di qualcosa di più di una banale intossicazione alimentare, ipotesi inizialmente seguita dagli inquirenti, è stata per Cuzzone quasi immediata. Ciò che rendeva unico e inquietante il caso – e che oggi, con il senno di poi, trova una risposta agghiacciante nella ricina – era la perfetta sovrapponibilità dei quadri clinici di madre e figlia. «Erano praticamente identici, sviluppati negli stessi tempi», ha spiegato il primario, «un elemento che, da medico, non può non far riflettere». La ricina, una fitotossina estratta dai semi del ricino, è una sostanza che non solo è priva di antidoto specifico, ma colpisce in modo così violento e rapido da rendere vana qualsiasi forma di supporto vitale. E qui emerge l’aspetto più angosciante della vicenda, raccontato dallo stesso Cuzzone: nemmeno una diagnosi immediata avrebbe potuto cambiare l’esito. «Non esiste una vera “zona intermedia”», ha chiarito il medico, «o si sopravvive o si muore rapidamente».

Dal pronto soccorso alla svolta della procura

Le indagini, coordinate dalla Procura di Larino, hanno subito una netta virata nelle scorse settimane, quando le analisi tossicologiche effettuate dal Maugeri di Pavia e successivamente verificate in laboratori esteri hanno rilevato tracce inequivocabili della tossina nei campioni biologici delle vittime. Questo riscontro ha portato all’apertura di un nuovo fascicolo per duplice omicidio premeditato, al momento contro ignoti, che si affianca a quello precedente – relativo a cinque medici indagati per omicidio colposo – per presunte negligenze nei primi accessi al pronto soccorso. Mentre la scientifica torna nella casa di via Risorgimento, ancora sotto sequestro, per cercare tracce della polvere letale, gli investigatori scandagliano le relazioni e le abitudini della famiglia, cercando di ricostruire chi abbia potuto maneggiare un veleno così raro e difficile da estrarre.

L’ombra del veleno e il trasferimento precauzionale

La pericolosità della ricina – basti pensare che è sette volte più letale del veleno di un cobra e che una quantità pari a pochi milligrammi può risultare fatale – ha imposto protocolli di massima sicurezza anche per i sopravvissuti. Cuzzone, spinto da un «eccesso di zelo» giustificato dall’inspiegabile morte della ragazza, decise di disporre il trasferimento del padre – che presentava sintomi simili ma più lievi – all’Istituto Spallanzani di Roma, centro altamente specializzato per malattie infettive e rare. Una scelta, quella del trasferimento, che il medico difende come atto dovuto: «Se anche lui avesse ingerito qualcosa, era meglio affidarlo a un centro di questo livello». Resta, sullo sfondo, il silenzio di Pietracatella, il minuscolo paese del profondo Sud dove questa vicenda si consuma, lontana dagli scenari di guerra biologica in cui la ricina ha fatto la sua sinistra comparsa nel secolo scorso. Una vicenda che, nelle parole di chi ha lottato per strappare Sara alla morte, lascia una ferita aperta, mitigata solo dalla consapevolezza che «non c’era nulla che potessimo fare».

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