Pietracatella, il giallo della ricina e l’anomalia del sopravvissuto
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Redazione Interno
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Nel fascicolo aperto sulla scrivania della Procura di Larino, il reato è già stato pesantemente aggravato: non si parla più di omicidio colposo, ma di “duplice omicidio volontario premeditato contro ignoti”. La svolta, arrivata dopo settimane di attesa, ha trasformato la tragedia di Antonella Di Jelsi e della figlia quindicenne Sara Di Vita in un vero e proprio giallo giudiziario, dove ogni certezza clinica iniziale è stata spazzata via dai risultati tossicologici. È la stessa Procuratrice, Elvira Antonelli, a gettare acqua sul fuoco delle certezze affrettate, dichiarando che le due donne sono risultate “non negative” alla ricina – un’espressione prudenziale che indica la presenza della potente fitotossina senza ancora chiudere il cerchio diagnostico – mentre si attendono ancora gli accertamenti definitivi, anche sui campioni prelevati dal marito.
Il veleno e la diagnosi impossibile
L’elemento che ha sconvolto le indagini – originariamente orientate verso una banale intossicazione alimentare o un errore medico – è la natura stessa della sostanza letale. La ricina, un veleno derivato dai semi del ricino, è infatti inodore, insapore e priva di un antidoto conosciuto; una quantità pari a pochi milligrammi è sufficiente a provocare un collasso multi-organo in tempi drammaticamente rapidi. Per questo, come ha osservato l’ex medico Alessandro Barelli nei suoi interventi pubblici (sebbene filtrati attraverso il tam tam social), intuire che dietro una banale gastroenterite ci fosse lo “zampino” di questa tossina sarebbe stato “assolutamente impossibile” per i sanitari del Pronto Soccorso. Una considerazione, questa, che getta un’ombra di ragionevolezza sulla posizione dei cinque medici finiti nel registro degli indagati per omicidio colposo e lesioni, la cui difesa punta dritta all’archiviazione.
L’anomalia del coniuge sopravvissuto
Se la presenza del veleno nei corpi di madre e figlia rappresenta il fulcro dell’accusa, è il dato relativo a Gianni Di Vita – marito della cinquantenne e padre della ragazza – a costituire il vero rompicapo investigativo. Ricoverato anche lui, nello stesso arco temporale, presso lo Spallanzani di Roma per un malore che si ipotizzava correlato al pasto familiare, l’uomo ha invece dato esito negativo ai test sulla ricina. Nel suo sangue non è stata trovata alcuna traccia della sostanza. Un elemento che solleva interrogativi cruciali sulla dinamica dell’avvelenamento: fu vittima di una dose minima non rilevabile oppure il suo malore ha un’origine completamente indipendente? La magistratura, in attesa di controanalisi più approfondite, mantiene il massimo riserbo, ma la casa di famiglia resta sotto sequestro a tre mesi dai fatti, a testimonianza della volontà di non lasciare nulla di intentato.
Le zone d’ombra dell’indagine
La scena del crimine, in questo caso, coincide con le mura domestiche di Pietracatella, dove il pranzo della vigilia di Natale si è trasformato in una trappola mortale. Le indagini si concentrano ora sulla ricostruzione delle relazioni familiari: non è mai stato escluso, infatti, che alla base del gesto ci potessero essere liti pregresse o tensioni irrisolte, sebbene la Procura indaghi formalmente “contro ignoti”. La figlia maggiore della coppia, assente al pasto incriminato, è finita nel mirino delle domande degli inquirenti come unica superstite insieme al padre. Se da un lato il mondo dell’informazione si interroga su come si possa somministrare un veleno così potente senza destare sospetti, dall’altro la polizia scientifica sta scandagliando i resti del cibo, gli utensili e persino i dispositivi digitali della famiglia, alla ricerca di eventuali ricerche sulla sintesi della tossina o movimenti finanziari sospetti.




