Ricina a Pietracatella, le “questioni di famiglia” diventano il movente del duplice omicidio

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il giallo di Pietracatella, quello che aveva trasformato il pranzo di Natale in una tragedia silenziosa destinata a esplodere solo settimane dopo, sta restringendo il suo perimetro fino a diventare quasi claustrofobico. Se nelle prime fasi gli inquirenti brancolavano nel buio di un’intossicazione alimentare presto sfatata dagli esami tossicologici, oggi la prospettiva è radicalmente cambiata: a uccidere Antonella Di Ielsi, 50 anni, e la figlia quindicenne Sara Di Vita non è stato un incidente, bensì una dose letale di ricina, una tossina potentissima che qualcuno ha sapientemente somministrato – forse in più riprese – tra il 23 e il 26 dicembre. Ora, dopo trentacinque giorni di indagini serrate e oltre cento testimoni ascoltati, la Procura di Larino guidata da Elvira Antonelli sembra aver imboccato la strada giusta, quella che porta dritta a un possibile movente legato a vecchi rancori e tensioni mai sopite all’ombra del campanile. Un movente, viene da sottolinearlo, che non affiora da ambienti esterni o da frequentazioni sospette, ma che affonda le radici direttamente nel nucleo familiare delle vittime.

Il cerchio si stringe su cinque persone

La svolta investigativa, confermata da fonti qualificate alla stampa nazionale, ha un nome e un cognome solo virtuali perché al momento nessun indagato è stato formalmente iscritto nel registro per il duplice omicidio volontario. Tuttavia, il range dei sospettati – lo riferiscono diverse agenzie – si è assottigliato fino a comprendere quattro o cinque persone, tutte legate da vincoli di parentela o affinità con la famiglia Di Vita. È su questi individui che la Squadra Mobile di Campobasso sta concentrando gli sforzi maggiori, incrociando dichiarazioni, alibi e movimenti giorno per giorno. La natura stessa della ricina, lo sottolineano più fonti, potrebbe costituire un elemento discriminante: secondo l’ipotesi avanzata dagli investigatori, il veleno non sarebbe stato acquistato sul mercato nero ma estratto artigianalmente dai semi di ricino, una pianta che cresce spontanea anche nella zona del Molise. Una lavorazione complessa, che presuppone conoscenze specifiche o almeno una manualità non improvvisata, e che quindi orienta lo sguardo verso un esecutore materiale che non può essere un estraneo occasionale.

La cugina Laura Di Vita, un’audizione dopo l’altra

Tra i volti che ricorrono con maggiore frequenza nei verbali di questa inchiesta c’è quello di Laura Di Vita, la cugina di Gianni (il marito e padre delle vittime), una donna di 40 anni che lavora come insegnante di sostegno. Il suo coinvolgimento nelle verifiche è tutt’altro che marginale, tanto che sta per essere sottoposta alla quarta audizione in Questura, un numero di convocazioni che da solo la dice lunga sul peso delle sue dichiarazioni all’interno del puzzle investigativo. La cugina, va ricordato, non è solo un semplice testimone: dopo la tragedia e il conseguente sequestro dell’abitazione di famiglia, è stata proprio lei ad aprire le porte di casa sua a Gianni e alla figlia diciannovenne Alice, diventandone di fatto la principale riferimento quotidiano. Gli inquirenti, alla luce delle incongruenze emerse tra i suoi racconti e quelli di altri soggetti ascoltati, intendono risentirla per l’ennesima volta – si parla di una convocazione imminente – magari alla presenza della stessa procuratrice Antonelli, nel tentativo di fissare una volta per tutte la cronologia degli eventi della famosa cena del 23 dicembre. Una data, quest’ultima, che rappresenta un vero e proprio spartiacque: sarà stata proprio quella la serata in cui madre e figlia ingerirono la prima dose di ricina, portando poi a un progressivo e irreversibile aggravamento delle loro condizioni cliniche nei giorni successivi.

Dispositivi elettronici e router sotto la lente

Non è solo la voce dei testimoni, per quanto ripetuta e incrociata, a guidare i pm verso la soluzione dell’enigma. C’è anche e soprattutto la tecnologia a fornire quegli indizi silenziosi ma potenzialmente determinanti che mancavano all’inizio. Il sequestro dei dispositivi elettronici avvenuto il 4 maggio scorso nell’abitazione di via Risorgimento – cinque telefoni cellulari, un tablet, un computer e soprattutto due router – ha aperto scenari inediti. I router, in particolare, potrebbero aver conservato i log di connessione alla rete wi-fi domestica, consentendo così agli esperti di risalire a quali dispositivi si siano collegati in quei giorni cruciali e, di conseguenza, a quali persone fossero fisicamente presenti in casa al momento della preparazione o della somministrazione del veleno. Parallelamente, prosegue l’analisi forense del telefono di Alice, la figlia superstite, che quella fatidica sera del 23 dicembre era fuori a mangiare una pizza con le amiche e quindi – secondo le ricostruzioni – non avrebbe potuto condividere il pasto avvelenato. Su quel cellulare sono state rinvenute chat, appunti alimentari e cronologie di navigazione che gli inquirenti stanno passando al setaccio per ricostruire non solo le relazioni familiari, ma anche eventuali punti di contatto con la preparazione della ricina.

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