Il cerchio si stringe a Pietracatella: due i principali sospettati per l’avvelenamento con ricina

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Redazione Interno Redazione Interno   -   A distanza di mesi dalla tragedia che ha sconvolto il piccolo centro molisano, le indagini sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita – decedute nei giorni immediatamente successivi a Natale a causa di un avvelenamento da ricina – sembrano aver imboccato una corsia preferenziale. Dopo una lunga fase iniziale, caratterizzata dall’ascolto di decine di testimoni e dal progressivo scremamento delle diverse piste, gli inquirenti della squadra mobile di Campobasso, sotto il coordinamento della Procura di Larino, hanno ristretto il perimetro dei soggetti sottoposti a indagine. Se inizialmente le attenzioni degli investigatori si concentravano su un ristretto gruppo di quattro o cinque persone, il ventaglio dei possibili responsabili si è ulteriormente ridotto: oggi, le verifiche si focalizzano principalmente su due individui, la cui posizione, come riferito da fonti vicine al fascicolo, desta i maggiori sospetti.

La pista familiare e le contraddizioni emerse dagli interrogatori

La direzione intrapresa dagli inquirenti è quella, quasi sempre dolorosa e complessa da gestire sul piano umano, che punta a un movente riconducibile a presunti attriti interni al nucleo familiare delle vittime. In quest’ottica, gli ultimi accertamenti hanno previsto il ripetersi di audizioni mirate, tra cui spicca quella di Laura Di Vita – cugina di Gianni Di Vita, marito e padre delle due vittime – la quale, dopo aver accolto in casa sua il superstite e l’altra figlia, sarebbe incappata in alcune contraddizioni durante i vari interrogatori. Tali incongruenze, emerse dal confronto con le dichiarazioni rese da altri testimoni ascoltati nelle scorse settimane, hanno indotto gli agenti a convocarla nuovamente in Questura per un ulteriore, approfondito esame.

Il monitoraggio del web e le domande sospette sulla tossina

Parallelamente alle tradizionali attività investigative, gli inquirenti hanno esteso il loro raggio d’azione anche al cosiddetto dark side della rete, analizzando il traffico su alcuni forum online. Un aspetto, quest’ultimo, che ha portato alla luce un elemento quantomeno singolare: la presenza di domande postate con particolare insistenza nei mesi precedenti ai fatti, tutte incentrate sulle modalità di estrazione e somministrazione della ricina. È emerso che, a partire dall’estate scorsa, almeno due diversi profili anonimi avevano avviato discussioni tecniche sul veleno, celandosi dietro scuse generiche – si parlava, ad esempio, di presunte ricerche per scrivere un romanzo – e mostrando un interesse così specifico da indurre persino altri utenti del forum a segnalare quei nickname come potenzialmente pericolosi. Le verifiche su queste tracce digitali, che includono anche quesiti sulla tracciabilità dell’acquisto dei semi di ricino, sono ora al vaglio della polizia postale.

Gli sviluppi scientifici e l’analisi degli oggetti sequestrati

Sul fronte tecnico-scientifico, gli inquirenti attendono ancora il riscontro definitivo dei periti incaricati dello studio sugli effetti della ricina nei tessuti delle vittime, un passaggio burocratico e biologico necessario per chiudere definitivamente il cerchio probatorio. È previsto, inoltre, un nuovo sopralluogo nell’abitazione della famiglia a Pietracatella: un’operazione minuziosa che avrà lo scopo di rilevare eventuali tracce residue del veleno, magari conservato in qualche angolo della casa prima di essere utilizzato. Tutto il materiale raccolto, comprensivo degli oggetti sequestrati (si ipotizzano i contenitori dei cibi consumati durante le festività, come la tradizionale torta o il minestrone), sarà passato al setaccio per cercare conferme alle ipotesi investigative. La strada verso la verità, nonostante il cerchio dei sospetti si sia stretto, appare ancora disseminata di ostacoli tecnici; eppure, la mole di informazioni raccolte tra chat, testimonianze e reperti scientifici sta delineando un quadro sempre più definito.

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