La rinuncia dell’avvocato di Gianni Di Vita e il rebus della ricina a Pietracatella

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Nel silenzio investigativo che avvolge la tragedia di Pietracatella, dove la morte di Antonella Di Ielsi, cinquant’anni, e della figlia Sara, quindici, ha aperto un fronte giudiziario ancora privo di certezze tossicologiche, un colpo di scena procedurale segna una svolta imprevista: l’avvocato Arturo Messere ha formalmente rinunciato all’incarico di assistere Gianni Di Vita, marito e padre delle due vittime. La decisione, comunicata mentre le indagini proseguono senza un indagato iscritto a registro – la procura procede contro ignoti – arriva a pochi giorni dalla scadenza delle analisi decisive, quelle che un laboratorio specializzato fuori regione sta conducendo per confermare o meno il sospetto avvelenamento da ricina. I risultati, attesi per fine aprile, potrebbero orientare diversamente le ipotesi degli inquirenti, i quali sino a oggi hanno raccolto una trentina di testimonianze, concentrandosi in particolare sui racconti di Di Vita e della figlia maggiore, unici superstiti della famiglia perché assente, quest’ultima, alla cena incriminata.

Messere, che ha parlato di «divergenze sull’attività da svolgere in questa fase» senza mai specificare i motivi contingenti del suo passo indietro, non rappresenterà più il commercialista ed ex sindaco del piccolo centro molisano. Un cambiamento che avviene mentre i medici dell’ospedale Cardarelli di Campobasso – dove madre e figlia sono decedute tra il 27 e il 28 dicembre scorso – continuano a interrogarsi sulla dinamica clinica: i sintomi delle due pazienti erano compatibili con un’esposizione a una tossina proteica, la ricina, che il primario di rianimazione Vincenzo Cuzzone ha descritto come letale anche a dosi minime. Ed è proprio Cuzzone a offrire un dettaglio che complica il quadro: nel corso di un programma televisivo condotto da Gianluigi Nuzzi, il medico ha dichiarato che il padre lamentava gli stessi sintomi, sebbene «in forma molto più lieve». Un’osservazione che, senza prefigurare responsabilità, aggiunge un tassello ambiguo al mosaico clinico.

La procura ascolta e attende: il nodo delle analisi fuori regione

Gli investigatori, dal canto loro, hanno già sentito a lungo i componenti del nucleo familiare, compresa la figlia maggiore sopravvissuta, ma nessuna delle persone ascoltate è stata al momento sottoposta a misure restrittive o a formalità di garanzia. Il rebus rimane interamente appeso ai referti del laboratorio specializzato: senza la conferma della ricina nei campioni biologici prelevati dalle due donne, l’ipotesi dell’avvelenamento potrebbe crollare o trasformarsi in un’altra, ancora indefinita, causa di morte. La scelta di Messere di abbandonare la difesa di Di Vita, motivata con formule generiche, potrebbe riflettere divergenze strategiche sull’esame dei primi elementi raccolti o sulla gestione dei rapporti con i magistrati; ma nessuna fonte ufficiale ha fornito particolari più concreti.

L’ombra della ricina e il silenzio del paese

A Pietracatella, intanto, la cronaca nera si mescola con il riserbo di una comunità – termine che qui viene evitato – di un paese stretto attorno a un dolore ancora senza colpevoli. La circostanza che Gianni Di Vita abbia manifestato sintomi analoghi, sebbene attenuati, ha spinto i medici a escludere un’intossicazione alimentare classica, orientandoli verso una sostanza a rapida azione citotossica. Ma senza le analisi definitive, ogni ricostruzione resta provvisoria. L’avvocato Messere, rinunciando all’incarico, ha di fatto lasciato Di Vita privo di una rappresentanza legale in una fase cruciale, quella in cui la procura potrebbe decidere se archiviare o aprire un fascicolo con indagati. Le divergenze interne alla difesa – per quanto vaghe – suggeriscono che il professionista abbia ritenuto incompatibile il proprio ruolo con le direttive del cliente o con gli sviluppi emersi dagli atti.

Un giallo ospedaliero tra dicembre e aprile

I decessi, avvenuti a distanza di poche ore l’uno dall’altro nel reparto di rianimazione del Cardarelli, hanno subito attirato l’attenzione della procura di Campobasso, che ha disposto autopsie e prelievi. La scelta di inviare i campioni a un laboratorio extraregionale – segno della complessità tossicologica del caso – ha dilatato i tempi dell’inchiesta, costringendo gli inquirenti a lavorare su indizi indiretti e testimonianze. Tra queste, quella del primario Cuzzone ha acquisito rilievo proprio per la comparazione dei sintomi familiari. Il padre, che aveva partecipato alla stessa cena di madre e figlia, ha accusato malessere ma è sopravvissuto; la figlia maggiore, non presente al pasto, è rimasta indenne. Un quadro che, in assenza di certezze di laboratorio, non consente di stabilire né la via di somministrazione della presunta tossina né l’eventuale volontarietà dell’atto. La rinuncia dell’avvocato Messere aggiunge ora un elemento di frizione umana e professionale a un’indagine già di per sé opaca, dove la scienza – quella delle analisi che arriveranno solo tra qualche settimana – detiene la chiave di volta.

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