Pietracatella, la scia di ricina e il muro di silenzione dell’amica
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Redazione Interno
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A Pietracatella, dove il tempo sembra scorrere ancora al ritmo dei campanili e delle voci che si rincorrono nei vicoli stretti, la tragedia consumata a dicembre assume ora i contorni di un giallo giudiziario sempre più intricato. La morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, avvelenate dalla ricina durante le festività natalizie, aveva subito scosso le fondamenta di questa comunità, ma il racconto pubblico di una famiglia senza apparenti crepe – quella narrata dai vicini e da molti conoscenti – crolla di fronte ai primi riscontri oggettivi emersi dagli inquirenti.
L’elemento dirompente, che agita le acque stagnanti di un’indagine complessa, arriva dal telefono della vittima: un messaggio d’aiuto, una richiesta disperata di contattare un avvocato divorzista, nascosta con cura da chi quella confidenza l’aveva ricevuta.
Un’amica nel registro degli indagati
La svolta, in queste ore, riguarda una stretta amica della famiglia Di Vita, finita nel mirino della polizia giudiziaria per favoreggiamento. Ascoltata per tre volte in Questura tra gennaio e giugno, la donna aveva sempre negato con convinzione l’esistenza di tensioni o litigi all’interno del nucleo familiare, dipingendo un quadro di serenità che le indagini tecniche hanno però definitivamente smentito.
Gli investigatori, analizzando i dispositivi sequestrati – tra cui gli smartphone delle vittime, un tablet e persino i modem domestici – hanno estratto chat inequivocabili dove Antonella confidava la sua profonda crisi coniugale e la volontà di porre fine al matrimonio. Questa reticenza, che per la procura di Larino costituisce un vero e proprio ostacolo alla ricostruzione della verità, ha trasformato la testimone in indagata, proprio mentre l’attenzione si sposta in modo sempre più netto sui rapporti familiari più intimi.
Il contenuto delle chat e la versione nascosta
Nei messaggi recuperati, che restituiscono il ritratto inedito di una donna in cerca di una via d’uscita, Antonella Di Ielsi non si limitava a confidarsi: chiedeva esplicitamente alla sua amica un contatto per trovare un avvocato specializzato in divorzi. Un particolare, quest’ultimo, che il marito Gianni Di Vita – ascoltato a lungo come persona offesa – aveva inizialmente escluso, dichiarando di non essere a conoscenza di intenzioni separazionistiche.
L’amica, ora denunciata, secondo gli inquirenti avrebbe cercato di coprire questa verità, forse per proteggere qualcuno o semplicemente per non sporcare la memoria della defunta, ma il suo silenzio ha finito per intralciare il lavoro della squadra mobile di Campobasso. Non si tratta di un coinvolgimento diretto nel duplice omicidio, ma di un’omissione che, nel quadro giudiziario, pesa come un macigno: negare l’esistenza del movente passionale o economico significa distorcere l’intera prospettiva investigativa.
La festa del santo e il paese diviso tra fede e sospetti
Mentre in paese si celebrava la festa di Sant’Antonio di Padova, tra processioni e riti collettivi che tentano di ricucire il tessuto sociale, il clima tra la gente appare segnato da un misto di incredulità e chiusura. Molti, ancora oggi, faticano a credere che dietro la morte della madre e della figlia ci sia una storia di dissidi interni, preferendo aggrapparsi all’idea di una famiglia perfetta, estranea a veleni domestici.
Eppure, il lavoro degli inquirenti procede speditamente: le autopsie hanno confermato la letalità della ricina, e le verifiche tecniche sui dispositivi elettronici – un lavoro certosino che richiederà ancora settimane – sono ora finalizzate a capire chi abbia potuto procurarsi quel veleno raro e letale. La denuncia dell’amica rappresenta il primo vero spaccato in quel muro di omertà che si era alzato attorno alle mura domestiche dei Di Vita.




