Il giallo della ricina e il siluro dell’avvocato: «Si preferiscono i partiti alle professionalità»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non c’è solo il veleno, in questo caso, a rendere il respiro affannoso. C’è anche, e forse soprattutto, il reticolo di scelte umane, di tradimenti professionali e di dichiarazioni che sanno di resa, quelle che arrivano d’improvviso, come un fulmine a ciel sereno, nel corso di un’inchiesta già di per sé devastante. A Pietracatella, piccolo centro in provincia di Campobasso, il destino di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia quindicenne Sara Di Vita – entrambe morte tra il 27 e il 28 dicembre 2025 per avvelenamento da ricina – continua a scrivere pagine oscure, ma stavolta l’ombra si addensa intorno a chi avrebbe dovuto proteggere l’unico sopravvissuto di quella strage familiare: Gianni Di Vita, marito e padre, finora ascoltato come persona informata sui fatti. L’avvocato Arturo Messere, penalista del Foro di Campobasso che aveva assunto la difesa dell’uomo, ha infatti rassegnato le dimissioni con un tempismo che non può lasciare indifferenti, ossia subito dopo l’interrogatorio del suo stesso assistito.

L’addio senza spiegazioni e i «motivi contingenti»

Messere, che pure aveva accompagnato Di Vita nel lungo confronto con gli investigatori in questura – dove l’ex sindaco e commercialista di Pietracatella si era presentato «addolorato, ma con la coscienza a posto», parole che lo stesso legale aveva poi riferito –, ha comunicato la propria rinuncia all’incarico nella mattinata di oggi. Interpellato sulle ragioni di un dietrofront così improvviso e, a dir poco, clamoroso (visto che ci troviamo di fronte a un duplice omicidio per avvelenamento su cui la procura di Larino ha aperto un fascicolo contro ignoti per omicidio premeditato), il penalista si è limitato a parlare di generici «motivi contingenti». Una formula, questa, che nel lessico forense suona spesso come un siluro: lascia intendere tutto e niente, ma in un caso di questa gravità assume il peso di una crepa insanabile nel rapporto tra difensore e difeso.

L’attacco a Vittorino Facciolla: «Un comunista, un consigliere regionale»

Eppure, chi si aspettava riserbo professionale da uno «storico penalista» che vanta di aver «fatto i processi più grandi d’Italia» è rimasto deluso. Messere, intervistato da Open, ha infatti tolto ogni velo (e qui il gioco di parole è involontario ma calzante) attaccando frontalmente il nuovo difensore subentrato, Vittorino Facciolla. «Si preferiscono i partiti alle professionalità», ha tuonato il legale dimissionario, rivelando un retroscena che sa più di resa dei conti politica che di ordinaria amministrazione legale. «So solo che questo Facciolla è un consigliere regionale, un comunista. So che Di Vita ha lavorato con lui». E ancora: «Di Vita? Non ho intenzione di sentirlo». Frasi che suonano come un’abiura pubblica del proprio assistito, quasi che il rapporto di fiducia – pilastro portante di qualsiasi difesa penale – si fosse dissolto non tanto per i fatti di sangue, quanto per l’ingresso in scena di una figura percepita come estranea al «mestiere» e invece vicina al partito.

Un’inchiesta ancora contro ignoti e il silenzio del questurino

Resta sullo sfondo, ma incombente, il nucleo duro della vicenda giudiziaria. Quella ricina che ha stroncato madre e figlia a cavallo del Natale 2025, dentro le mura domestiche di Pietracatella, non ha ancora un volto né un movente accertato. Gianni Di Vita, dopo aver perso la moglie e la figlia adolescente, è stato sentito a lungo in questura a Campobasso: un interrogatorio formale, quello da «persona informata sui fatti», che di solito si colloca in una zona grigia tra il testimone e l’indagato. L’avvocato Messere c’era, in quella stanza. Poi, qualcosa si è rotto. La rinuncia all’incarico, il passaggio di consegne a Facciolla, e infine quella bordata mediatica contro il «consigliere regionale comunista»: un pezzo del puzzle che non chiarisce il delitto, ma che aggiunge un capitolo amaro su come si sgretolano le alleanze quando il sospetto – o la semplice insofferenza politica – prende il sopravvento sulla prudenza del foro. Il fascicolo della procura di Larino, intanto, resta aperto contro ignoti. E il silenzio degli investigatori, dopo l’ultimo colpo di scena, si fa ancora più denso.

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