Il caso ricina, l’avvocato del marito lascia: «Di lui non voglio più sentire parlare»
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Redazione Interno
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Nel giallo di Pietracatella, dove una madre e una figlia – Antonella Di Ielsi e la quindicenne Sara Di Vita – sono state stroncate a Natale da un probabile avvelenamento con ricina, il fronte della difesa si è improvvisamente lacerato. Arturo Messere, ottant’anni e una lunga carriera alle spalle, ha rimesso il mandato nelle mani del proprio assistito, Giovanni Di Vita, che di quelle due vittime è rispettivamente marito e padre. La rinuncia, formalizzata con una lettera indirizzata sia al diretto interessato sia alla procuratrice di Larino Elvira Antonelli – la quale coordina l’inchiesta per duplice omicidio premeditato contro ignoti – è stata motivata con un generico «per motivi contingenti». Nessuna spiegazione ulteriore, almeno in prima battuta, se non quella affidata a un laconico scambio con i cronisti: «Cos’è successo? Che ho rinunciato alla difesa del dottor Giovanni Di Vita. Il motivo? Ho un grande rispetto della stampa, ma non fatemi dire niente».
Un divorzio professionale annunciato dall’ingresso di un terzo legame politico
L’abbandono, a ben vedere, non è maturato nel vuoto. Negli ultimi giorni, Di Vita aveva deciso di affiancare a Messere un altro avvocato, Vittorino Facciolla, che con l’ex sindaco Pd di Pietracatella condivide la stessa militanza politica. Una scelta, questa, evidentemente non gradita dal legale uscente, il quale ha preferito tagliare i ponti piuttosto che condividere la strategia difensiva con un collega proveniente dal medesimo ambiente amministrativo e partitico. «Di lui non voglio più sentire parlare», avrebbe confidato Messere a chi gli chiedeva conto della rottura, quasi a suggerire che la fiducia nel proprio assistito sia venuta meno nel momento stesso in cui Di Vita ha cercato altre sponde professionali. Di qui la decisione, comunicata a sorpresa, che getta un’ombra ulteriore su un quadro già di per sé tormentato.
Le autopsie non chiudono i conti: tessuti necrotizzati solo in parte
Mentre il fronte legale si riassetta, la medicina legale continua a consegnare risposte parziali e, in alcuni tratti, persino contraddittorie. Le prime indiscrezioni che filtrano dalla complessa autopsia – i cui esiti definitivi sono attesi per fine mese – parlano di tessuti necrotizzati ma non del tutto danneggiati, una condizione che secondo alcuni osservatori medici si avvicinerebbe più all’effetto di una pancreatite che a quello devastante e sistemico della ricina. Se veramente Antonella e Sara avessero ingerito quel veleno che non perdona, ci si aspetterebbe una necrosi diffusa e irreversibile; e invece i riscontri autoptici mostrano un quadro “morbido”, con organi solo in parte compromessi. Un’anomalia che alimenta i dubbi sulla natura esatta della tossina, senza tuttavia escludere l’ipotesi di avvelenamento. La stessa criminologa Roberta Bruzzone, ospite a “Quarto Grado”, ha sottolineato come l’assenza di una necrosi completa rappresenti un segnale anomalo, tale da suggerire prudenza prima di attribuire con certezza i decessi alla ricina.
La difesa del marito viene dai familiari di Antonella
In questo intreccio tra scienza processuale e scienza medica, emerge un altro elemento che complica la narrazione pubblica: la famiglia di Antonella Di Ielsi non ha assunto un atteggiamento accusatorio verso Giovanni Di Vita. Anzi, ha liquidato come «sciocchezze» le voci di presunti dissidi tra i coniugi, proteggendo di fatto l’uomo che ora si ritrova senza uno dei suoi storici difensori. La procura di Larino continua a procedere contro ignoti, e l’abbandono di Messere non equivale a un’accusa formale, ma certo rappresenta un fatto processuale rilevante: chi da mesi seguiva il caso e conosceva carte, silenzi e strategie ha scelto di uscire di scena, lasciando Di Vita con il solo Facciolla. Restano sullo sfondo, ancora senza risposta, le domande che hanno accompagnato questa vicenda sin dal giorno di Natale, quando madre e figlia si sentirono male poche ore dopo il pranzo e iniziarono quella parabola discendente che nessuno, in un piccolo centro come Pietracatella, avrebbe mai immaginato potesse finire in due bare.




