Ricina a Pietracatella, l'avvocato del medico indagato: "Carenza di personale, non si poteva salvarle"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La difesa di uno dei medici finiti nel registro degli indagati per la morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, madre e figlia di Pietracatella uccise dall'avvelenamento da ricina durante le festività natalizie del 2025, torna a ribadire la correttezza dell'operato del proprio assistito, insistendo sulle oggettive difficoltà in cui versava la struttura sanitaria.

È Domenico Fiorda, legale del professionista, a tracciare un quadro che, nelle sue intenzioni, allontanerebbe qualsivoglia ombra di colpevolezza dal suo cliente, sottolineando come le condizioni operative fossero ben lungi dall'essere ottimali. "C'era carenza di personale", ha dichiarato l'avvocato nel corso di un'intervista rilasciata a Morning News, aggiungendo che il suo assistito ha sempre vissuto con serenità il peso delle indagini, perché convinto di aver esaurito tutte le possibilità terapeutiche a sua disposizione.

La perizia e la conferma dell'inesorabilità

Fiorda ha voluto sottolineare come l'ultimo atto processuale, ovvero la perizia depositata dai quattro consulenti tecnici nominati dalle parti, rappresenti un ulteriore e decisivo tassello a sostegno della tesi difensiva. Secondo il legale, gli esiti di questa consulenza tecnica non farebbero altro che confermare quanto già sostenuto dal medico sin dall'inizio delle sue audizioni, ovvero che ogni tentativo di salvare le due donne, Antonella Di Ielsi e la quindicenne Sara Di Vita, si sarebbe rivelato vano a causa della virulenza del veleno e dei tempi di reazione ormai troppo stretti.

"Il mio assistito è sempre stato tranquillo perché lui ha ritenuto di aver fatto tutto quello che era nelle sue possibilità – ha spiegato Fiorda – quindi avere oggi un'ulteriore conferma con la perizia che è stata depositata è come dire un'ulteriore prova del fatto che non c'era nessuna possibilità di salvare le ragazze".

Il killer e la natura del veleno: "Non una semplice estrazione"

Un altro aspetto centrale emerso dalle dichiarazioni del difensore riguarda la natura stessa del veleno utilizzato per il duplice omicidio, un elemento che potrebbe orientare le indagini verso un profilo ben preciso di assassino. Secondo Fiorda, infatti, la ricina rinvenuta e analizzata dagli inquirenti non sarebbe il risultato di una procedura artigianale o approssimativa, bensì il prodotto di una lavorazione complessa che tradisce una competenza non comune. "Non si tratta di ricina semplicemente estratta dal seme", ha precisato l'avvocato, "è qualcosa di più complesso".

Questa considerazione lo ha portato a definire l’assassino come "sicuramente esperto", un'individuazione che, se da un lato restringe il campo dei possibili sospettati, dall'altro introduce un elemento di inquietudine per la comunità, costretta a fare i conti con un killer dalle spiccate conoscenze chimiche.

Le indagini e i sopralluoghi nel mirino degli inquirenti

A distanza di diversi mesi dai fatti, che risalgono alla vigilia di Natale del 2025, le indagini condotte dalla Procura di Campobasso proseguono senza sosta, con gli inquirenti che, secondo quanto si apprende, concentrano i loro sforzi sulla ricostruzione precisa dell'ultima cena consumata dalle due vittime. Gli alimenti finiti sulla tavola il 24 dicembre sono al centro dell'analisi tossicologica, nella speranza di individuare con esattezza il momento fatale dell'assunzione della tossina e, di conseguenza, risalire alla mano che l'ha somministrata.

Nel frattempo, gli agenti in borghese si aggirano per le vie di Pietracatella, un piccolo centro del Molise, monitorando con discrezione i movimenti dei residenti. L'attenzione, in particolare, sembra essere focalizzata su un individuo che, secondo le voci che circolano nell'ambiente giudiziario, sarebbe ormai nel mirino della squadra investigativa.

La presenza di agenti in abiti civili è diventata una costante nelle strade del paese, un'osservazione che non passa inosservata tra gli abitanti e che testimonia l'intensità delle verifiche in corso. Si tratterebbe di una diretta conseguenza degli ultimi sviluppi del fascicolo, con gli inquirenti che, pur mantenendo il più stretto riserbo sulle loro conclusioni, sembrerebbero avere ormai un nome ben preciso al quale associare la paternità del duplice omicidio.

L'ipotesi che si tratti di un avvelenatore "esperto", come sostenuto dalla difesa, spinge gli investigatori a verificare al setaccio le competenze e le abitudini di chi, a vario titolo, frequenta il borgo molisano, nella speranza di trovare il riscontro definitivo che chiuda il cerchio e porti a una svolta concreta nelle prossime ore.

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