Pietracatella, l’ombra della ricina e quel movente che (forse) si chiama Gianni Di Vita

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non è tanto il veleno a fare impressione, in questo caso – la ricina, si sa, non lascia scampo – quanto la geometria dei sopravvissuti. Nel giallo di Pietracatella, dove Antonella Di Ielsi (50 anni) e la figlia Sara (15) sono morte a poche ore di distanza tra il 27 e il 28 dicembre, la criminologa Roberta Bruzzone ha provato a ribaltare il punto di osservazione: se l’obiettivo del killer non fossero state le due donne, ma l’uomo che è miracolosamente scampato al Natale? Intervenuta nella puntata del 17 aprile a “Quarto Grado” (Rete 4), Bruzzone ha definito la sua stessa ipotesi una “suggestione”, ma ha puntato il dito su un dato di fatto ineludibile. Il fatto che il marito e padre, Gianni Di Vita, sia uscito indenne dall’esposizione al tossico – mentre madre e figlia soccombevano – potrebbe indicare che fosse lui il bersaglio designato e che le due vittime, in una tragica beffa del destino, abbiano pagato per lui.

L’ipotesi della “suggestione” e il nodo della sopravvivenza

La riflessione della criminologa, per quanto scabra, introduce un elemento di razionalità in una vicenda che sembra sfuggire a ogni logica ordinaria. Se si abbraccia la pista che vede un eventuale avvelenatore agire per “liberare” Di Vita da legami familiari (un movente passionale, insomma), la sopravvivenza dell’uomo acquista un significato diametralmente opposto a quello che si potrebbe pensare a un primo impatto. Non sarebbe un caso, ma la chiave di volta del delitto. E c’è un dettaglio, emerso in questi giorni, che alimenta i sospetti degli inquirenti: le analisi tossicologiche hanno infatti confermato la negatività di Gianni Di Vita alla ricina, una positività, invece, riscontrata nei corpi della moglie e della figlia quindicenne. Un’esclusiva, la sua, che stride violentemente con i racconti dei malori avvertiti anche dall’uomo nei giorni successivi alle festività. I medici, secondo quanto trapela, avrebbero riferito che l’ex amministratore locale è sempre rimasto in buone condizioni cliniche, nonostante lui stesso avesse parlato di sintomi simili a quelli delle due donne.

La cugina sotto torchio e i cambi di fronte degli avvocati

Mentre la procura di Larino procede a carico di ignoti per duplice omicidio volontario, il lavoro degli inquirenti si concentra sulle crepe delle testimonianze. Al centro dell’attenzione, in queste ore, c’è Laura Di Vita, la cugina quarantenne di Gianni. Interrogata due volte nel giro di sette giorni (per un totale di circa sette ore di ascolto), la donna è entrata nella Questura di Campobasso lo scorso giovedì 16 aprile infagottata in un piumino, uscendone solo a sera inoltrata. La sua posizione, come quella di altri conoscenti, è al vaglio degli investigatori che cercano di ricostruire i rapporti più intimi della famiglia. A complicare ulteriormente il quadro, si registra un vero e proprio terremoto legale tra i parenti delle vittime. Dopo che Gianni Di Vita ha salutato il suo penalista (Arturo Messere, che avrebbe lasciato l’incarico con una certa polemica), ora anche la figlia diciannovenne, Alice, ha revocato il mandato al proprio avvocato. Un doppio cambio di fiducia, questo, che getta un’ombra ancora più fitta sulla coesione del fronte familiare in un momento storico già drammatico.

Il 23 dicembre e i contorni di una cena decisiva

C’è una data che ritorna ossessivamente nei fascicoli: il 23 dicembre. È lì che gli inquirenti hanno fissato il mirino, convinti che sia stato durante la cena di quella sera che il veleno è entrato in circolo. Eppure, le versioni fornite dagli stessi familiari continuano a presentare punti ciechi. Se da un lato l’avvocato di Gianni Di Vita nega categoricamente “vuoti di memoria”, sostenendo che il suo assistito abbia fornito una ricostruzione precisa degli alimenti consumati (perlopiù avanzi), dall’altro la criminologa Bruzzone ha espresso più di una perplessità: trovare “poco plausibile” che il malore dell’uomo si sia verificato contestualmente a quello delle altre due, se lui non è stato esposto alla tossina. La figlia maggiore Alice, invece, si sarebbe salvata per un banale caso di agenda: quella sera era fuori a cena con amici, scampando così a un pasto che si è rivelato letale per la madre e la sorella minore. Il 23 dicembre, insomma, rappresenta lo spartiacque: da una parte la vita, dall’altra la morte. E gli inquirenti continuano a scavare per capire cosa, esattamente, sia stato rotto in quella casa del Molise.

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