L’ombra della ricina si allunga su Pietracatella: i vetrini confermano il peggio

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Gli accertamenti istologici effettuati nel pomeriggio di ieri al Policlinico di Bari hanno fornito una risposta quasi definitiva sul destino di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita. Il medico legale, che ha condotto le analisi al microscopio sui tessuti prelevati durante le autopsie, ha rilevato un danneggiamento massiccio di alcuni organi bersaglio – in particolare fegato e pancreas – risultato assolutamente compatibile con l’ipotesi di un’intossicazione da ricina. Nessun elemento, tra quelli osservati, ha contraddetto la pista principale che ormai guida le indagini della Procura di Larino. In attesa del deposito della relazione finale, previsto dalla consulente entro la fine di maggio, il quadro clinico sembra aver chiuso il cerchio sulla causa del decesso, sebbene resti ancora nebulosa la dinamica esatta della somministrazione.

L’ipotesi dell’acqua come veicolo del veleno

È stata una delle rivelazioni più tecniche a emergere dal lavoro degli inquirenti, che da settimane setacciano la casa di Pietracatella alla ricerca dei frammenti di un incubo. Gli specialisti dell’ospedale Cardarelli di Campobasso, dove le due donne furono ricoverate dopo i primi malesseri, hanno avanzato un’ipotesi precisa: la ricina, un veleno letale anche in dosi minime, potrebbe essere stata sciolta nell’acqua da bere. La loro analisi – suffragata dal comportamento della tossina in ambienti controllati – ha praticamente escluso la somministrazione attraverso cibi cotti. La ragione è tecnica e inequivocabile: la ricina tende a volatilizzarsi e a perdere la sua letale efficacia se esposta a temperature superiori agli 80 gradi. Se fosse stata mescolata a un piatto caldo, probabilmente non avrebbe mai potuto agire con la ferocia che i vetrini istologici hanno evidenziato. Al contrario, sciolta in un liquido fresco, il veleno rimane inalterato, invisibile e dal sapore quasi impercettibile.

L’analisi microscopica e il silenzio degli organi

Il lavoro della dottoressa Benedetta Pia De Luca, che sta portando avanti l’incarico peritale, ha permesso di osservare da vicino la devastazione interna subita dai corpi di madre e figlia. Il professor Pietrantonio Ricci, emerito di Medicina Legale e consulente di parte nell’ambito del filone che vede indagati alcuni medici, ha confermato che non ci sono i presupposti per scartare l’avvelenamento. Anzi, lo stato di alterazione dei tessuti – una sorta di “mappa” del dolore lasciata dalla tossina – ha trovato piena corrispondenza con la letteratura scientifica sugli effetti della ricina. Al momento, gli investigatori non hanno ancora determinato il giorno esatto in cui il veleno è entrato nell’organismo delle vittime, anche se gli sguardi degli inquirenti si sono concentrati sulla serata del 23 dicembre, l’unica occasione in cui la primogenita della famiglia, rimasta miracolosamente indenne, non era in casa.

Le indagini sul campo e gli sviluppi televisivi

Mentre gli scienziati del centro antiveleni di Pavia procedono con gli ultimi accertamenti sui campioni di sangue, la macchina giudiziaria non si ferma. Gli inquirenti stanno vagliando ogni muro di questa vicenda per capire come sia stato possibile estrarre la tossina, un processo complesso che non è certo alla portata di un comune cittadino. A gettare una luce mediatica sul caso ci ha pensato il programma “Chi l’ha visto?”, che nella puntata di ieri sera ha ripercorso le tappe della vicenda, incastonata tra le altre storie di cronaca irrisolte. La trasmissione condotta da Federica Sciarelli ha ricordato come, a distanza di mesi, il movente resti l’autentica “scatola nera” di questo duplice omicidio.

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