Campobasso, la ricina uccide madre e figlia: gli esami istologici confermano l’avvelenamento
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Redazione Interno
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Dai laboratori del Policlinico di Bari arrivano risposte che, sebbene parziali, aggiungono un tassello fondamentale al “giallo di Pietracatella”. Gli esami istologici eseguiti nel pomeriggio – quei vetrini osservati al microscopio dopo il prelievo sugli organi delle due vittime – hanno evidenziato un danneggiamento diffuso e severo, in particolare a fegato e pancreas, ritenuto «assolutamente compatibile» con l’ipotesi di avvelenamento da ricina. La conferma, attesa da settimane, arriva mentre la procura di Larino trattiene il respiro in attesa del deposito delle conclusioni dell’autopsia, affidato alla dottoressa Benedetta Pia De Luca e previsto entro la fine di maggio.
L’autopsia e i vetrini decisivi
La stessa De Luca, medico legale incaricata dalle indagini, aveva anticipato – già varcando la soglia dell’istituto di Medicina Legale del capoluogo pugliese – che l’obiettivo non fosse stabilire subito «le modalità di intossicazione», bensì «andare a ricercare i reperti compatibili». Ora quei reperti ci sono. E raccontano di una morte legata alla tossina più potente della natura, quella proveniente dai semi del ricino. Le due vittime, Antonella Di Ielsi, 50 anni, e la figlia Sara Di Vita, 15 anni, erano state trasportate d’urgenza all’ospedale Cardarelli, dove si sono spente tra il 27 e il 28 dicembre dello scorso anno. Quel che gli inquirenti sanno per certo è che l’esposizione al veleno – come emerso da alcune testimonianze raccolte – sarebbe avvenuta nella loro abitazione, dove madre e figlia avrebbero effettuato delle flebo in casa. Un dettaglio, questo, che ha subito orientato le indagini verso due ipotesi antitetiche: l’incidente domestico oppure un disegno criminoso articolato in più fasi.
Il silenzio della Questura e le parole inattese di una parente
Davanti alla Questura di Campobasso, un episodio apparentemente marginale ha invece riacceso i riflettori sul caso. Maria, 70 anni, madre di Laura Di Vita e cugina di un uomo di nome Gianni, è uscita dopo tre ore di interrogatorio e, intercettata dai giornalisti, ha lasciato cadere una frase destinata a diventare un caposaldo momentaneo della versione alternativa: «È stato un fatto accidentale». Bastato un minuto, forse meno, per gettare scompiglio in un mosaico investigativo già di per sé complesso. Nessuna certezza, però, accompagna questa dichiarazione. La Squadra Mobile di Campobasso, dal canto suo, non ha interrotto il lavoro di scavo – anzi, lo ha esteso – e sta scandagliando anche le tensioni familiari maturate tra una delle vittime e una parente. Non solo: vengono esaminate con la stessa attenzione le vite private di chi, a vario titolo, era vicino ad Antonella e a Sara prima che il veleno facesse il suo corso silenzioso nei loro corpi.
La ricina, un veleno difficile da tracciare
La ricina, lo ricordano i tossicologi, non lascia tracce evidenti a un primo esame clinico: agisce bloccando la sintesi proteica delle cellule, portando in pochi giorni a un collasso multiorganico. Nei vetrini analizzati oggi a Bari, il dato istologico ha mostrato lesioni compatibili proprio con questo meccanismo d’azione, senza però poterne definire la via di somministrazione – se per ingestione, inalazione o, come suggerirebbe la flebo casalinga, per via parenterale. La procura, in attesa del fascicolo della De Luca, mantiene il massimo riserbo su eventuali indagati. Di certo, la morte della cinquantenne e della quindicenne ha aperto una ferita destinata a restare aperta finché non si farà luce sul come – e sul perché – la tossina abbia raggiunto il loro sangue.




