Campobasso, gli esami istologici confermano l’avvelenamento da ricina

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Redazione Interno Redazione Interno   -   I vetrini parlano un linguaggio duro, quello della tossicologia, e le loro evidenze lasciano ormai poco spazio a interpretazioni alternative nel duplice omicidio di Pietracatella. Gli accertamenti istologici, eseguiti nel pomeriggio di ieri presso il Policlinico di Bari, hanno restituito un quadro clinico drammaticamente preciso: il danneggiamento riscontrato in organi chiave come il fegato e il pancreas, letteralmente devastati dalla sostanza, risulta essere “assolutamente compatibile” con l’ipotesi di avvelenamento da ricina. Il consulto, a cui hanno assistito i consulenti delle parti coinvolte, ha di fatto rafforzato la pista seguita dalla Procura di Larino, offrendo una base solida su cui continuano a lavorare gli inquirenti in attesa del deposito delle conclusioni dell’autopsia, previsto dalla dottoressa Benedetta Pia De Luca entro la fine di maggio.

L’analisi dei consulenti e il ruolo dei medici

“Ci sono segni importanti di interessamento di alcuni organi bersaglio, chiaramente di origine tossica”, ha dichiarato Pietrantonio Ricci, professore emerito di Medicina Legale all’Università di Catanzaro e consulente di parte di tre medici attualmente indagati. La sua analisi, sebbene condotta con la cautela del caso, ha sottolineato come dai prelievi effettuati durante le autopsie sui corpi di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia Sara Di Vita, appena quindicenne, non siano emersi elementi che contraddicono l’ipotesi principale dell’avvelenamento. Ricci ha aggiunto, forse gettando un salvagente ai camici bianchi finiti nel registro degli indagati, che “dal punto di vista della posizione dei medici, certamente non potevano accorgersi della presenza della ricina”, riducendo di molto – a suo avviso – il loro margine di responsabilità clinica.

Le indagini parallele tra parenti e telefoni

Mentre la scienza fissa i paletti biologici, la Squadra Mobile di Campobasso continua a scandagliare il versante umano della vicenda, senza tralasciare nemmeno le pieghe più intime delle relazioni familiari. Oltre a esaminare le vite private e le frequentazioni delle due vittime, gli investigatori stanno valutando con attenzione l’esistenza di possibili tensioni pregresse, in particolare tra una delle defunte e una parente stretta. In questo contesto, diventa cruciale l’analisi dei flussi comunicativi: il cellulare di Alice, la figlia diciannovenne sopravvissuta perché quella sera fuori con amici, è stato sottoposto ad accertamenti irripetibili per estrarre una copia forense dei dati. Al vaglio degli inquirenti ci sono le chat di quei giorni, i contatti con i sanitari e ogni singolo scambio social che possa ricostruire l’esatta cronologia dei rapporti precedenti il decesso.

La tesi dell’incidente e la pianificazione

A fronte della complessità tecnica necessaria per estrarre e somministrare una tossina potente come la ricina – che gli esperti del Centro Antiveleni di Pavia hanno definito di difficile gestione – la pista dell’incidentalità sembra perdere progressivamente credibilità. Una breve dichiarazione rilasciata davanti alla Questura da Maria, settantenne madre di Laura Di Vita e cugina di Gianni, ha riacceso i riflettori su questo fronte: “È stato un fatto accidentale”, ha detto l’anziana donna al termine di un interrogatorio durato tre ore. Una tesi, quella dell’incidente domestico, che gli inquirenti trattano con estrema cautela, preferendo invece concentrarsi sulla ricostruzione di una pianificazione che potrebbe essersi sviluppata in più fasi, considerato l’insorgere graduale dei sintomi letali nell’abitazione di Pietracatella.

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