Campobasso, la ricina e i nodi irrisolti del duplice omicidio: «Alterazioni compatibili con un avvelenamento acuto»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il verdetto, se così si può chiamare, arriva dall’Istituto di anatomia patologica di Bari dove il medico legale, incaricato direttamente dalla Procura di Larino, ha chiuso il proprio esame con una formula tanto tecnica quanto agghiacciante: «Ci sono alterazioni compatibili con l’intossicazione acuta, ma non segni specifici per una sostanza piuttosto che per un’altra». Nessuna cedevolezza, dunque, nell’ammettere che il quadro clinico – concentrato su fegato e pancreas delle due vittime – sia pienamente coerente con l’azione della ricina. Una conferma che, di fatto, sigilla l’ipotesi principale degli inquirenti: Antonella Di Ielsi, 50 anni, e la figlia Sara Di Vita, 15, non sono morte per cause naturali né per un banale incidente domestico. Quel «compatibile» ripetuto con cautela dal consulente diventa, agli occhi degli investigatori, la chiave per escludere sempre più nettamente la pista del gesto involontario.

La serata della discordia e i cellulari sotto la lente

Tutto ruota attorno al 23 dicembre, la sera in cui – stando alle prime ricostruzioni – nessuno ha visto nulla di anomalo, eppure qualcosa è entrato in quella casa di Pietracatella. L’attenzione degli inquirenti si concentra su un dettaglio che sembra marginale ma che potrebbe rivelarsi decisivo: Alice, la figlia maggiore, quella sera non ha cenato con la madre e la sorella perché era fuori con gli amici a mangiare una pizza. Un’assenza che l’ha tenuta lontana dalle portate (e quindi, potenzialmente, dal veleno). I suoi dati telefonici sono stati acquisiti per intero, così come quelli degli altri familiari, nel tentativo di ricostruire ogni singolo messaggio, telefonata o spostamento digitale nelle ore precedenti le prime manifestazioni dell’intossicazione. La ricina, lo ricordano i tossicologi del Centro Antiveleni di Pavia, agisce con un ritardo che può variare da poche ore a un paio di giorni: un intervallo di tempo che complica la ricostruzione ma che, al contempo, restringe il ventaglio delle opportunità per chi l’avrebbe somministrata.

Dissidi familiari, gelosie e il nodo delle flebo “fai da te”

Una delle direttrici su cui stanno lavorando i carabinieri è quella dei vecchi rancori familiari. Non si tratterebbe, a quanto pare, di un malessere generico o di semplici incomprensioni: si parla invece di una lite specifica che una delle due vittime avrebbe avuto con un parente (il cui grado di parentela non viene ufficialmente specificato). A questa pista se ne affianca un’altra, altrettanto scivolosa, legata alla professione di un amico infermiere che avrebbe talvolta praticato flebo in casa senza prescrizione medica. Un’abitudine, questa, che solleva immediatamente un interrogativo: è stato attraverso una di quelle flebo – magari manipolata con pochi milligrammi di ricina – che il veleno è entrato nell’organismo di madre e figlia? Gli accertamenti tossicologici, pur confermando la compatibilità con la sostanza, non sono ancora in grado di stabilire la via di somministrazione. E questa incertezza tiene aperte entrambe le strade: quella del cibo contaminato e quella della via parenterale, molto più efficace e letale.

Il passato sentimentale di Gianni Di Vita e l’ombra delle invidie

Gli investigatori hanno inoltre setacciato il passato sentimentale di Gianni Di Vita, il padre e marito delle vittime, alla ricerca di eventuali triangoli amorosi, gelosie sopite o risentimenti capaci di trasformarsi in movente. L’ipotesi di un duplice omicidio premeditato – questo è il reato contestato nel fascicolo della Procura di Larino – non regge se non viene trovata una ragione sufficientemente potente per spiegare perché qualcuno abbia voluto eliminare una donna di cinquant’anni e sua figlia quindicenne. Si parla, a bassa voce, di «gelosie e invidie» maturate nell’ambiente ristretto di Pietracatella, un paese dove i segreti durano poco ma i rancori possono covare per anni. Nessuna certezza, al momento, su quale di queste piste si rivelerà quella giusta. Quel che è certo è che la ricina non si trova per caso in una cucina: è una tossina complessa da estrarre, difficile da dosare e letale anche in quantità microscopiche. Qualcuno, per portarla dentro quella casa, doveva sapere cosa stava facendo.

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