La svolta nel giallo di Pietracatella: la ricina e il silenzio di un duplice omicidio

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sembrava una di quelle tragedie silenziose che accadono tra le mura domestiche, un’intossicazione alimentare dovuta chissà, a un piatto mal conservato, magari un fungo o del pesce non freschissimo. Invece, a tre mesi esatti da quei giorni di Natale che hanno sconvolto il piccolo comune di Pietracatella, in provincia di Campobasso, la realtà ha preso una piega molto più oscura. La procura di Larino ha aperto un fascicolo per duplice omicidio premeditato dopo che le analisi tossicologiche, condotte non solo in Italia ma anche in Svizzera, hanno rivelato tracce inequivocabili di ricina nel sangue di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia quindicenne Sara Di Vita. Una svolta che ha spazzato via l’ipotesi iniziale della tossinfezione alimentare, restituendo una verità agghiacciante: madre e figlia sono state avvelenate.

La tossina che viene dalla fiction

La ricina, è bene chiarirlo subito, non è un veleno comune. Si tratta di una proteina altamente tossica che si estrae dalla pellicola interna del rivestimento del seme del ricino, una pianta diffusa anche in ambito ornamentale e industriale. La sua letalità è tale che una quantità infinitesimale, meno di un milligrammo, è sufficiente a bloccare la sintesi proteica all’interno delle cellule, portandole alla morte in un arco che va dalle poche ore ai diversi giorni. Non esiste un antidoto, e questo la rende un’arma perfetta, tanto per i servizi segreti – come nel celebre caso del paraguas avvelenato che uccise il dissidente bulgaro Markov a Londra nel 1978 – quanto per le trame di fiction che l’hanno resa celebre, a cominciare da “Breaking Bad”. Ma a Pietracatella non si tratta di sceneggiatura. Gli inquirenti si trovano ora di fronte a un’indagine complessa che parte da un dato di fatto: qualcuno ha introdotto quella sostanza in casa, probabilmente durante i pasti delle festività.

La famiglia e il cerchio che si restringe

A fare luce sulla vicenda è stato il lavoro certosino della squadra mobile di Campobasso, coadiuvata dal centro antiveleni di Pavia e da laboratori specializzati all’estero, dove sono stati inviati i campioni biologici per accertamenti che andassero oltre le capacità dei normali test. Per mesi, a essere finiti nel mirino erano stati cinque medici tra pronto soccorso e guardia medica dell’ospedale Cardarelli di Campobasso, indagati per omicidio colposo per aver rimandato a casa le due donne nonostante i sintomi. Un’inchiesta che ora, alla luce del veleno, appare destinata a una rapida archiviazione. Come ha spiegato il legale di uno dei sanitari, seguendo le linee guida per un’intossicazione alimentare, nessun medico avrebbe potuto sospettare un avvelenamento da ricina.

L’attenzione si è quindi spostata altrove. La casa di famiglia, dove vivono anche il padre Gianni Di Vita – commercialista ed ex sindaco del paese – e l’altra figlia di 19 anni, rimasta miracolosamente fuori perché assente al momento dei fatti, è sotto sequestro. Il padre, che aveva accusato sintomi più lievi ed era stato ricoverato, è l’unico sopravvissuto al pasto fatale, un dettaglio che inevitabilmente concentra l’attenzione degli investigatori sulle dinamiche interne al nucleo familiare. L’ipotesi dell’errore è ormai stata accantonata: qui non c’è stato un incidente, ma un atto deliberato, premeditato, compiuto con un veleno che agisce in silenzio e lascia poche tracce se non quelle che la scienza, oggi, è finalmente riuscita a portare alla luce.

Il silenzio del paese e il lavoro degli inquirenti

A Pietracatella, un borgo di poco più di mille abitanti, la famiglia Di Vita era un punto di riferimento. Il padre, che ha ricoperto la carica di primo cittadino, è un professionista molto conosciuto. Ed è proprio questo contesto di apparente normalità a rendere l’indagine ancora più delicata. La procura di Larino procede al momento contro ignoti, ma il perimetro entro cui si muovono gli investigatori è chiaramente tracciato: il veleno è stato somministrato in casa, nel corso di un pranzo familiare. I rapporti tra i coniugi, le dinamiche di una famiglia stimata ma forse attraversata da tensioni invisibili, diventano il terreno su cui si scava per trovare un movente.

I resti dei cibi consumati durante la cena della vigilia erano già stati analizzati senza riscontrare anomalie, un altro indizio che fa propendere per la somministrazione mirata della tossina, forse in un piatto specifico o in una bevanda. Il lavoro degli inquirenti, ora, è quello di ricostruire ogni singolo passaggio di quei giorni, interrogando non solo i familiari superstiti ma anche il cerchio più ampio di parenti e conoscenti, alla ricerca di un gesto che, per quanto mostruoso, deve necessariamente avere una spiegazione radicata in ciò che accade dietro le porte chiuse di un’abitazione. Un’abitazione che oggi, sotto sequestro, custodisce il silenzio di un duplice omicidio perfetto, che solo la determinazione della scienza è riuscita a svelare.

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