La doppia morte di Campobasso: il cenone di Natale e il sospetto di un avvelenamento volontario
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Redazione Interno
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La quiete post-natalizia, a Campobasso, è stata squarciata da un evento le cui coordinate giudiziarie si fanno di ora in ora più cupe. Quella che inizialmente era stata archiviata, con la dovuta cautela, come una grave forma di intossicazione alimentare – magari dovuta a qualche cibo andato a male consumato durante i festeggiamenti – si sta progressivamente trasformando in un giallo a tinte fosche. Sul tavolo dei magistrati, ora, non c’è più solo la tragica evenienza di un malore accidentale, ma l’ipotesi precisa di un duplice omicidio premeditato. Le vittime, Antonella Di Ielsi e la figlia quindicenne Sara Di Vita, non hanno lasciato scampo a interpretazioni alternative; il loro decesso, avvenuto a ridosso del giorno di Natale, ha costretto gli inquirenti ad aprire un nuovo fascicolo, formalmente contro ignoti, che riqualifica l’intera vicenda.
Una pista tossicologica che cambia il volto delle indagini
La svolta, come spesso accade in questi casi, è arrivata dai primi riscontri medico-legali. I sintomi manifestati dalle due donne – che avevano inizialmente fatto pensare a una banale gastroenterite – hanno spinto i sanitari a scartare l’ipotesi più semplice per abbracciarne un’altra, ben più inquietante. Si parla ora, con il filtro del condizionale ancora obbligatorio, della possibile presenza di ricina, un veleno potentissimo che non lascia tracce evidenti se non in esami specifici. Nessuna ipotesi è stata ancora confermata, ma il semplice fatto che si stia indagando per avvelenamento ha già cambiato il perimetro dell’inchiesta. Le forze dell’ordine, in queste ore, hanno cominciato a sentire amici e conoscenti del nucleo familiare, cercando di ricostruire non solo l’ultima cena, ma anche le relazioni, i rancori sopiti, le ossessioni silenziose che possono nascondersi dietro una tavola imbandita.
Vite ordinarie e un sospetto che pesa come un macigno
Antonella e Sara conducevano una vita normale, lontana dai riflettori della cronaca; e forse è proprio questa assenza di clamore a rendere più agghiacciante l’ipotesi del magistrato. L’omicidio premeditato presuppone un disegno, una lucidità che cozza violentemente con l’intimità di una cena familiare. Tra le pieghe degli interrogatori emergono frammenti di una realtà più complessa: c’è chi, tra i conoscenti, avrebbe parlato di un’attenzione morbosa nei confronti della donna, di un “qualcuno che la conosceva bene”, quasi con un’ossessione per la sua persona. Sono voci, al momento, che si infilano nel verbale senza la forza di una prova, ma che disegnano un solco ben preciso lungo il quale gli investigatori stanno scavando. Le dichiarazioni rese da alcuni amici, raccolte dai carabinieri, non hanno ancora prodotto un nome, ma hanno delineato un’atmosfera: quella di una cerchia ristretta in cui nessuno si sente al sicuro.
Il giallo della cena e l’assenza di un movente evidente
La difficoltà maggiore, per chi indaga, risiede nell’apparente normalità della giornata. Il cenone, un momento di condivisione e affetto, potrebbe essere stato il veicolo perfetto per somministrare una sostanza letale. Ma chi poteva avere accesso al cibo? E perché colpire anche una ragazza di appena quindici anni? Questi gli interrogativi che rimbombano negli uffici della Procura. Al momento, il fascicolo resta aperto contro ignoti, a significare che non c’è ancora un indagato iscritto nel registro, ma la direzione è ormai tracciata. Si procede per duplice omicidio, e questo non è un dettaglio burocratico: è il riconoscimento che la morte delle due donne non è stata un incidente, ma un atto voluto. La ricina, se fosse confermata, non è un veleno casuale: richiede competenze tecniche per essere estratta e maneggiata, il che restringerebbe ulteriormente il cerchio dei possibili sospettati.
Sviluppi giudiziari e il silenzio delle autopsie
Mentre gli inquirenti setacciano i telefoni e le frequentazioni delle due vittime, si attendono i risultati definitivi degli esami tossicologici. Questi, lo si capisce dagli sviluppi della vicenda, saranno il vero spartiacque. Se la presenza della ricina venisse accertata, si passerebbe dalle ipotesi alle certezze, e il fronte investigativo si sposterebbe sulla ricerca del “manuale” del veleno, ovvero su chi abbia avuto la possibilità materiale di procurarsi o preparare una sostanza del genere. La madre di Antonella, nonna della piccola Sara, si è sfogata in dichiarazioni raccolte dai cronisti, parlando apertamente di un assassino che conosceva sua figlia e che, forse, nutriva un’ossessione. Parole pesanti, che gli inquirenti hanno ovviamente vagliato come indizi non ancora prove. Per ora, l’unico dato certo è il silenzio tombale delle due camere ardenti e il lavoro certosino dei Ris, chiamati a setacciare ogni residuo alimentare della cena di Natale.




