Avvelenate con la ricina a Natale, la svolta sul caso di Pietracatella: non fu intossicazione
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Redazione Interno
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Il giallo di Pietracatella, il piccolo centro molisano che da tre mesi trattiene il fiato di fronte alla morte di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia quindicenne Sara Di Vita, cambia radicalmente registro. Quello che appariva come un tragico incidente domestico, una intossicazione alimentare probabilmente legata ai cibi consumati durante il pranzo di Natale, si è trasformato in un'inchiesta per duplice omicidio premeditato. A capovolgere la ricostruzione dei fatti – una ricostruzione che per settimane aveva orientato le indagini verso un possibile errore diagnostico in ospedale – sono stati gli esami tossicologici effettuati sul sangue delle vittime: lì, i laboratori specializzati hanno isolato tracce di ricina, uno dei veleni più potenti esistenti in natura, una tossina estratta dai semi del ricino che agisce distruggendo gli organi interni e che il grande pubblico conosce per essere stata al centro di alcune delle trame più inquietanti della serie tv Breaking Bad.
La scoperta, arrivata a distanza di mesi dalla morte delle due donne – avvenuta tra il 27 e il 28 dicembre all’ospedale Cardarelli di Campobasso – ha spinto la Procura di Larino ad aprire un nuovo fascicolo, al momento contro ignoti, abbandonando l’ipotesi iniziale dell’incidente. Per comprendere la portata della svolta, è necessario ricordare il contesto: nelle prime fasi delle indagini, l’attenzione si era concentrata sulla cena della Vigilia, durante la quale la famiglia aveva consumato pesce e frutti di mare. Quando padre, madre e figlia avevano iniziato a mostrare i primi sintomi – vomito, nausea, affanno – si era pensato a un’intossicazione. E quando le condizioni di Antonella e Sara erano precipitate dopo essere state dimesse dal pronto soccorso, cinque medici (tre dell’ospedale e due della guardia medica) erano finiti nel registro degli indagati per omicidio colposo, con l’accusa di non aver gestito correttamente il caso. Ora, la presenza della ricina spazza via quella pista: non c’è stato un errore medico nel non riconoscere un’intossicazione alimentare, perché quello che ha ucciso madre e figlia non era un cibo andato a male, ma un veleno somministrato con l’intenzione precisa di uccidere.
L’ombra del veleno e la difficoltà di reperire la ricina
La ricina non è una sostanza che si trova per caso. Come spiegano i tossicologi, per uccidere un uomo di settanta chili bastano quattordici milligrammi, un quantitativo inferiore a una capocchia di spillo; si tratta di un agente citotossico naturale che blocca la sintesi proteica delle cellule, portando al collasso multi-organo. Proprio per la sua letalità e per la difficoltà di reperimento – ottenere la tossina richiede comunque una procedura di estrazione dai semi di ricino – gli investigatori ritengono che l’atto sia stato premeditato. Non esiste, al momento, un indagato formale, ma il fatto stesso che si sia utilizzato un veleno così specifico, quasi “di scuola”, restringe il campo delle possibilità. Se per settimane gli inquirenti avevano setacciato la casa di Pietracatella alla ricerca del cibo incriminato, sequestrando alimenti e cercando tracce di botulino o pesticidi, ora sanno che l’arma del delitto era già stata portata all’interno delle mura domestiche, probabilmente mescolata al cibo ingerito dalle due vittime.
E mentre la Procura cerca di capire chi possa aver avuto accesso a quella sostanza – e quali conoscenze fossero necessarie per maneggiarla – resta il dato inquietante della selezione delle vittime. Alla cena della Vigilia, infatti, erano presenti anche il padre di famiglia, Gianni Di Vita, e un’altra figlia di diciotto anni. Il padre, che come le due donne era stato ricoverato, è sopravvissuto; la figlia maggiore, che quella sera non aveva mangiato con il resto della famiglia, non ha mai manifestato alcun sintomo. Un quadro che, pur non indicando automaticamente alcuna responsabilità, pone interrogativi precisi sulla dinamica della somministrazione del veleno. La casa di famiglia, quella in cui per settimane gli investigatori della squadra mobile di Campobasso hanno cercato l’alimento responsabile di una presunta intossicazione, rimane sotto sequestro; il padre e la figlia scampata al veleno vivono da mesi in un’altra abitazione, lontani da quell’appartamento dove la tragedia si è consumata.
Gli sviluppi giudiziari tra due fascicoli e il silenzio del paese
A livello giudiziario, la situazione procede su due binari paralleli ma destinati a intersecarsi. Da un lato, il nuovo fascicolo per duplice omicidio premeditato, affidato agli stessi inquirenti che stanno ricostruendo le ultime ore di vita delle due donne. Dall’altro, resta aperta l’inchiesta sulla condotta dei sanitari del pronto soccorso del Cardarelli, anche se gli avvocati dei medici indagati hanno già fatto sapere che l’emersione della ricina cambia radicalmente la prospettiva: se nessuno poteva sospettare un avvelenamento da una tossina rara, seguendo le linee guida per le intossicazioni alimentari la diagnosi differenziale sarebbe stata pressoché impossibile. In questo senso, la svolta investigativa potrebbe portare a una archiviazione delle accuse nei confronti dei sanitari, concentrando tutta l’attenzione su chi ha materialmente preparato e somministrato il veleno.
A Pietracatella, il paese di poco più di mille duecento anime che ha visto crescere Antonella e Sara, l’arrivo della notizia è stato accolto con uno sgomento difficile da descrivere. Per tre mesi, la comunità si era stretta attorno alla famiglia, convinta di dover elaborare il lutto di una fatalità. Ora, sapere che quella morte è stata voluta, che qualcuno ha introdotto in casa un veleno tanto potente quanto subdolo, riapre ferite che sembravano in via di cicatrizzazione. I vicini descrivono i Di Vita come una “famiglia perbene”, ma gli inquirenti, come prevedibile in questi casi, stanno passando al setaccio rapporti familiari, frequentazioni e possibili dissidi, consapevoli che la ricina non si trova per caso nel piatto di Natale. Le analisi, condotte non solo in Italia ma anche in Svizzera e negli Stati Uniti per escludere contaminazioni o cercare eventuali casi analoghi, hanno dato una certezza: non fu intossicazione, fu omicidio.
Il lavoro degli investigatori, ora, è quello di ricostruire il prima e il dopo, di capire dove e quando quella sostanza sia stata preparata, e chi abbia avuto l’opportunità di somministrarla. Un’indagine complessa, che parte da un dato di fatto inequivocabile – le tracce di ricina nel sangue – e che dovrà risalire la corrente fino a individuare l’autore materiale di quello che, per tre mesi, è sembrato un destino crudele e ora appare come un disegno criminale studiato nei minimi particolari.




