Madre e figlia avvelenate con la ricina a Pietracatella, il padre: «Ho la coscienza a posto»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sull’avvelenamento che ha strappato alla vita Antonella Di Ialsi, cinquantaduenne, e la figlia quindicenne Sara Di Vita, nessun indagato risulta ancora formalmente iscritto nel registro della Procura di Larino. Eppure, il cerchio attorno ai sopravvissuti – il padre Gianni Di Vita e l’altra figlia, Alice – si va stringendo con un ritmo che gli inquirenti, come si legge dai primi riscontri investigativi, definiscono «serrato». I due, dopo essere stati sottoposti a un interrogatorio durato circa dieci ore complessive in questura a Campobasso, hanno fatto rientro a casa senza che i pubblici ministeri abbiano al momento sollevato alcuna accusa formale. L’unico fatto, per quanto agghiacciante, che appare certo è il mezzo: la ricina, un veleno potentissimo derivato dai semi di ricino, ha agito con una rapidità tale da non lasciare scampo alle due vittime, mentre il padre e la figlia maggiore sono usciti indenni dallo stesso contesto domestico.

L’ombra della ricina e i tre pasti fatali tra il 23 e il 24 dicembre

Le indagini della Squadra Mobile di Campobasso si concentrano ora, come riferiscono fonti vicine al fascicolo, su tre momenti precisi – due cene e un pranzo – consumati dalla famiglia nei giorni che hanno preceduto la tragedia. Tra il 23 e la vigilia di Natale, quei pasti rappresentano l’unico arco temporale in cui la tossina potrebbe essere stata somministrata, visto che il malore fatale si è manifestato la mattina del 25 dicembre. I consulenti tecnici, secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, avrebbero già escluso un rilascio lento della ricina; il veleno, cioè, non si è accumulato gradualmente nell’organismo, ma ha colpito con una violenza che lascia presupporre una dose concentrata e, verosimilmente, volontaria. Non si esclude, tra le ipotesi degli investigatori, che la contaminazione possa essere avvenuta attraverso un cesto natalizio o uno degli alimenti consumati in quelle due giornate, tanto che i sigilli sono stati posti su tutto quanto rimaneva nella dispensa e nel frigorifero dell’abitazione di Pietracatella, in provincia di Campobasso.

Il padre ex primo cittadino: «Su di me fanno sciacallaggi»

Gianni Di Vita, che ha guidato il comune di Pietracatella dal 2006 al 2014, ha rotto il silenzio solo al termine di un’audizione durata sei ore, quella stessa sera di mercoledì in cui anche la figlia Alice veniva sentita dagli inquirenti. Uscito dalla questura, l’uomo ha telefonato subito al proprio avvocato, Arturo Messere, ripetendo una frase che poi sarebbe filtrata agli atti: «Ho la coscienza a posto, caro avvocato. E ho risposto a tutte le domande». Poco dopo, in un’altra dichiarazione rilasciata a caldo, ha aggiunto: «Sì, ho la coscienza a posto anche se su di me fanno illazioni, sciacallaggi». Nessuna ammissione, nessun particolare ricordato con precisione – lui stesso avrebbe detto di non rammentare i dettagli di quella cena – ma nemmeno un cedimento che possa essere interpretato come indizio. Nel frattempo, a sorpresa, è stata convocata dalla procura anche una cugina della famiglia, il cui ruolo e le cui dichiarazioni non sono state rese note, ma che testimonia come il ventaglio delle persone ascoltate si stia allargando.

Attesa della perizia del centro antiveleni di Pavia

La Procura di Larino ha formalmente ipotizzato il duplice omicidio volontario con premeditazione, un’impostazione che di per sé esclude l’incidente o l’autosomministrazione accidentale. Nelle prossime settimane, gli inquirenti attendono una relazione dettagliata del centro antiveleni di Pavia, il cui apporto tecnico potrebbe risultare decisivo per stabilire non solo le modalità di assorbimento della ricina, ma anche la sua possibile origine – se cioè il veleno sia stato estratto artigianalmente o provenga da un circuito diverso. Per ora, l’unico elemento che tiene banco nelle stanze della squadra mobile è la ricostruzione minuziosa di quei tre pasti: chi cucinò, chi servì a tavola, chi mangiò cosa e in quale ordine. Le contraddizioni emerse dai primi interrogatori – che i legali delle parti definiscono «fisiologiche in un lutto così improvviso» – non hanno ancora fornito una svolta, ma gli investigatori procedono per esclusione, consapevoli che in un caso di avvelenamento con ricina ogni frammento, anche il più insignificante, potrebbe rivelarsi la chiave.

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