Gianni Di Vita lascia Pietracatella con la figlia Alice, l’ombra della ricina e il peso di una maturità

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il silenzio, a Pietracatella, si è fatto più denso delle nebbie che avvolgono il Fortore nei giorni di dicembre. Quel silenzio, rotto solo dal passo cadenzato degli investigatori e dal rumore dei click delle macchine fotografiche dei cronisti, ha avvolto per quattro lunghi mesi la vita di Gianni Di Vita e di sua figlia Alice. Ora, in un tentativo quasi disperato di ricostruire un’esistenza normale laddove la normalità è stata spezzata da un duplice omicidio, padre e figlia hanno deciso di abbandonare il paese che li ha visti nascere e piangere. La conferma arriva dai legali della famiglia, che parlano di una pressione mediatica ormai insostenibile, in particolare nei confronti della giovane Alice, una ragazza di 19 anni che, come riportano fonti vicine all’inchiesta, deve sostenere a brevissimo l’esame di maturità classica. Un esame che, per chiunque, è già di per sé uno spartiacque; figuriamoci per chi lo affronta con il peso di un lutto tanto assurdo ancora fresco sulla pelle.

Il trasloco dalla casa della cugina e il cerchio che si stringe sugli indagati

Non si è trattato, però, di una semplice fuga. Lasciare Pietracatella, per loro, ha significato anche chiudere una parentesi temporanea in quella che era diventata una residenza forzata. Dopo il sequestro della loro abitazione, avvenuto contestualmente all’avvio delle indagini per omicidio, Gianni e Alice avevano trovato riparo presso l’abitazione di una cugina, Laura Di Vita. Ed è proprio quel nome, unito a quello di altri quattro soggetti, a restare al centro del fascicolo della procura di Larino, guidata dal procuratore Elvira Antonelli. Il trasferimento lontano da quella casa, dunque, assume i contorni di un allontanamento fisico da una scena del crimine che ancora non ha detto la sua ultima parola; una scena dove, secondo le ricostruzioni, il veleno sarebbe stato preparato in maniera artigianale a partire dai semi di ricino, una pianta la cui presenza in zona non è affatto rara.

Mentre la famiglia cerca riparo nell’anonimato di un'altra località, gli accertamenti giudiziari procedono serrati e senza sosta. Da quanto trapela dagli ambienti della questura di Campobasso, il ventaglio dei sospettati si è ristretto a una manciata di individui, in pratica quattro o cinque persone legate da vincoli di parentela alle vittime. È su questa cerchia ristretta che gli inquirenti stanno concentrando i loro sforzi, cercando di ricostruire non solo i contatti avuti con Antonella Di Ielsi (la madre 50enne) e Sara Di Vita (la figlia quindicenne) nei giorni precedenti la vigilia di Natale, ma anche eventuali dissidi interiori, magari sopiti o nascosti sotto il tappeto di apparenti serene festività. La procura, pur nella massima riservatezza, ha lasciato intendere di ritenere di aver individuato il movente del duplice omicidio, un movente che affonderebbe le radici proprio in dinamiche familiari complesse.

I sigilli digitali e la pista della torta di Natale

A fornire un tassello fondamentale a questo puzzle potrebbe essere la tecnologia, più precisamente i dispositivi elettronici sequestrati la scorsa settimana dagli uomini della scientifica. Nella casa sotto sequestro della famiglia Di Vita, gli agenti hanno passato al setaccio ogni angolo, portando via ben cinque cellulari (di cui solo due dotati di scheda Sim), un tablet lasciato nella camera di Sara, un computer posizionato in cucina e, particolare che gli investigatori considerano cruciale, due router di rete. Perché i router sono importanti? Perché conservano i log di connessione; in parole povere, possono dire con precisione chirurgica quali dispositivi si siano collegati al wifi domestico nelle ore precedenti il decesso, rivelando eventuali presenze fisiche in casa non ancora dichiarate o movimenti sospetti. Questi reperti, insieme al telefono di Alice già sequestorato in precedenza, sono ora al vaglio del laboratorio informatico della procura, dove verranno effettuati gli *acquisti forensi* dei dati.

Proprio in questi ultimi giorni, inoltre, è emerso un nuovo dettaglio che potrebbe allungare la finestra temporale in cui il veleno è stato somministrato. Fonti investigative rivelano che tra i cibi consumati durante i pasti della vigilia spiccava una torta, portata in dono da una zia della famiglia. Un dettaglio apparentemente innocuo, se non fosse che quella torta fu assaggiata anche da altri familiari, tra cui l’anziana madre di Gianni Di Vita, che abita al piano inferiore dello stesso stabile. Se la ricina fosse stata contenuta in quel dolce, perché gli altri commensali (che l’hanno mangiata) non hanno riportato conseguenze letali o, comunque, sintomi gravi? La domanda resta sospesa nell’aria, ma gli inquirenti non escludono che l’avvelenamento possa essere avvenuto proprio durante la cena del 24 dicembre, costringendo a rivedere parzialmente la tempistica finora ipotizzata.

Le cento audizioni e l’addio alla quiete del paese

Non c’è però solo la tecnologia a muovere l’inchiesta. Il lavoro degli uomini della squadra mobile, coordinati da Marco Graziano, è stato titanico sul fronte delle testimonianze. In questi mesi, scrive il cronista, sono stati ascoltati più di cento testimoni: amici, parenti, conoscenti, vicini di casa. Un vero e proprio censimento umano dei rapporti che intrecciavano la vita delle due vittime. Tra questi, è stata sentita nuovamente, e per la quarta volta, la cugina Laura Di Vita, la stessa che aveva ospitato Gianni e Alice. La donna sarebbe stata sottoposta a un vero e proprio tour de force di domande, mirato a verificare la coerenza delle sue dichiarazioni precedenti, in particolare riguardo ai rapporti tra le diverse anime della famiglia Di Vita e Di Ielsi.

E così, mentre la macchina della giustizia macina chilometri di dichiarazioni e gigabyte di dati digitali, Gianni Di Vita ha scelto la via della protezione. “Troppa pressione mediatica sul paese, attorno a questa famiglia distrutta”, ha dichiarato l’avvocato Vittorino Facciolla, legale della famiglia, motivando la scelta del trasferimento. Pietracatella, con le sue viuzze strette e i suoi silenzi, non era più un rifugio sicuro; era diventata una gabbia dorata dove ogni sguardo è un giudizio e ogni parola un sospetto. Lontano da lì, forse, Alice potrà tentare di studiare le sue versioni di greco e latino senza avere il fiato sul collo. Ma la verità, quella sulla ricina e sulle mani che l’hanno maneggiata, resta inchiodata tra le mura di quel paese molisano, in attesa che qualcuno, presto, decida di parlare.

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