Campobasso, la svolta sulla morte di madre e figlia: la ricina e il giallo dell’avvelenamento familiare
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Redazione Interno
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A distanza di settimane da quel Natale che si è trasformato in una tragedia silenziosa, le indagini sulla morte di Sara Di Vita, quindicenne, e della madre Antonella Di Ielsi, cinquantenne, hanno cambiato radicalmente registro. Quello che inizialmente era stato archiviato come un drammatico caso di intossicazione alimentare, con i sintomi che si erano manifestati con violenza inaudita, si è rivelato un ipotetico disegno criminale ben più complesso. La Procura, che ora procede contro ignoti, ha aperto un nuovo fascicolo per duplice omicidio premeditato, dopo che gli esami tossicologici – condotti non solo in laboratori italiani ma anche in strutture specializzate all’estero – hanno restituito un responso inequivocabile: nel sangue delle due vittime sono state trovate tracce di ricina, una delle sostanze più tossiche e letali che la natura, o la manipolazione umana, possano generare.
La svolta degli esami e il giallo della cena di Natale
La svolta investigativa affonda le radici in un dettaglio che, all’indomani dei decessi avvenuti all’ospedale Cardarelli di Campobasso, era apparso agli inquirente come un campanello d’allarme da non sottovalutare: la rapidità fulminea con cui le condizioni di salute di madre e figlia erano precipitate, una rapidità che mal si conciliava con una comune intossicazione alimentare. A rendere più articolato il quadro, si è aggiunta la ricostruzione di quella serata fatale. Il marito della donna, sopravvissuto all’avvelenamento, e la primogenita, che quella sera non aveva cenato con il resto della famiglia, si erano presentati ai funerali – celebrati il 10 gennaio scorso a Pietracatella – in uno stato di evidente sconforto. All’epoca, quando le lacrime avevano bagnato la chiesa del piccolo centro molisano, l’ipotesi dell’avvelenamento volontario era ancora solo un’ombra sullo sfondo; oggi, invece, rappresenta il perno attorno al quale ruotano le indagini per omicidio.
Cos’è la ricina e perché è così letale
Per comprendere la portata della svolta giudiziaria, occorre soffermarsi sulla natura della sostanza che gli investigatori ritengono essere stata il mezzo utilizzato. La ricina, spiega il medico legale consultato dagli inquirenti, è una fitotossina che si estrae dai semi del ricino, e la sua pericolosità risiede nella capacità di inibire la sintesi proteica all’interno delle cellule, bloccando irreversibilmente le funzioni vitali dell’organismo. Non esiste un antidoto efficace, e l’esordio dei sintomi – spesso gastrointestinali, simili a quelli di una gastroenterite violenta – può trarre in inganno, ritardando le cure adeguate. È proprio questa caratteristica, la sua capacità di mimare una patologia comune mentre agisce in modo inesorabile, ad aver reso la ricina uno strumento d’elezione in alcuni casi di cronaca nera, dove l’omicidio si consuma nell’ombra della quotidianità.
Le indagini: tra ipotesi familiari e il fascicolo per omicidio premeditato
La configurazione giuridica del nuovo fascicolo – duplice omicidio premeditato – lascia intendere la gravità degli elementi raccolti finora. La Procura non si limita a ipotizzare un gesto impulsivo, ma la pianificazione di un’azione letale. I passaggi che hanno portato a questa ricostruzione sono stati scanditi dal lavoro dei carabinieri, che hanno setacciato la casa di Pietracatella, il paese in provincia di Campobasso dove la famiglia risiedeva, alla ricerca di residui della sostanza o di contenitori che potessero averla ospitata. L’attenzione degli inquirenti, in questa fase, si concentra sulla sfera familiare, senza però chiudere il ventaglio delle possibilità. Il fatto che il marito sia sopravvissuto all’esposizione – forse perché non ha ingerito la stessa quantità di veleno o perché non era il bersaglio designato – e che la primogenita si sia salvata per essersi sottratta a quel pasto, rappresenta un elemento che gli investigatori stanno vagliando con attenzione, incrociando albi e movimenti, alla ricerca di un movente che ancora non è stato reso noto. La certezza, ormai, è che dietro la morte di Sara e Antonella non ci fu il caso, ma un gesto che, per come si è compiuto, porta la cifra della determinazione e del calcolo.




